Pagina:Svevo - La coscienza di Zeno, Milano 1930.djvu/183

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
180

ch’io avessi sofferto di quel dolore da molti giorni. Mi dispiacque di non poter compiacerlo. Dichiarai che quella sera, in casa dei Malfenti, io non avevo sentito alcun dolore. Nel momento in cui m’era stata concessa la realizzazione del mio lungo sogno, evidentemente non avevo potuto soffrire.

E per essere sincero volli proprio essere come avevo asserito ch’io fossi e dissi più volte a me stesso: «Io amo Augusta, io non amo Ada. Amo Augusta e questa sera arrivai alla realizzazione del mio lungo sogno».

Così procedemmo nella notte lunare. Suppongo che Guido fosse affaticato dal mio peso, perchè finalmente ammutolì. Mi propose però di accompagnarmi fino a letto. Rifiutai e quando mi fu concesso di chiudere la porta di casa dietro di me, diedi un sospiro di sollievo. Ma certamente anche Guido dovette emettere lo stesso sospiro.

Feci gli scalini della mia villa a quattro a quattro e in dieci minuti fui a letto. M’addormentai presto e nel breve periodo che precede il sonno, non ricordai nè Ada nè Augusta, ma il solo Guido, così dolce e buono e paziente. Certo, non avevo dimenticato che poco prima avevo voluto ucciderlo, ma ciò non aveva alcun’importanza perchè le cose di cui nessuno sa e che non lasciarono delle tracce, non esistono.

Il giorno seguente mi recai alla casa della mia sposa un po’ titubante. Non ero sicuro se gl’impegni presi la sera prima avessero il valore ch’io credevo di dover conferire loro. Scopersi che l’avevano per tutti. Anche Augusta riteneva d’essersi fidanzata, anzi più sicuramente di quanto lo credessi io.

Fu un fidanzamento laborioso. Io ho il senso di a-