Pagina:Svevo - La coscienza di Zeno, Milano 1930.djvu/211

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Il mio povero amico, sentendo il mio bisogno di medicine, si lusingò per un istante ch’io potessi essere affetto della stessa sua malattia e mi consigliò di farmi vedere, ascoltare e analizzare.

Augusta si mise a ridere di cuore e dichiarò ch’io non ero altro che un malato immaginario. Allora sul volto emaciato del Copler passò qualche cosa che somigliava ad un risentimento. Subito, virilmente, si liberò dallo stato d’inferiorità a cui pareva fosse condannato, aggredendomi con grande energia:

— Malato immaginario? Ebbene, io preferisco di essere un malato reale. Prima di tutto un malato immaginario è una mostruosità ridicola eppoi per lui non esistono dei farmachi mentre la farmacia, come si vede in me, ha sempre qualche cosa di efficace per noi malati veri!

La sua parola sembrava quella di un sano ed io — voglio essere sincero — ne soffersi.

Mio suocero s’associò a lui con grande energia, ma le sue parole non arrivavano a gettare un disprezzo sul malato immaginario, perchè tradivano troppo chiaramente l’invidia per il sano. Disse che se egli fosse stato sano come me, invece di seccare il prossimo con le lamentele, sarebbe corso ai suoi cari e buoni affari, specie ora che gli era riuscito di diminuire la sua pancia. Egli non sapeva neppure che il suo dimagrimento non veniva considerato come un sintomo favorevole.

Causa l’assalto del Copler, io avevo veramente l’aspetto di un malato e di un malato maltrattato. Augusta sentì il bisogno d’intervenire in mio soccorso. Carezzando la mano che avevo abbandonata sul tavolo, essa disse che la mia malattia non disturbava nessuno e ch’ella