Pagina:Svevo - La coscienza di Zeno, Milano 1930.djvu/219

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ufficiale stia ad ascoltare la lezione ch’egli con grande fatica ha insegnata. Corresse la signora dicendole che non soltanto io avevo elargito il denaro per il pianino, ma che contribuivo anche al soccorso mensile ch’egli aveva loro raggranellato. Amava l’esattezza, lui.

La signorina Carla si alzò dalla sedia ove era seduta accanto al pianino, mi porse la mano e mi disse la semplice parola:

— Grazie!

Ciò almeno era meno lungo. La mia carica di filantropo cominciava a pesarmi. Anch’io m’occupavo degli affari altrui come un qualunque ammalato reale! Che cosa doveva vedere in me quella graziosa giovinetta? Una persona di grande riguardo ma non un uomo! Ed era veramente graziosa! Credo che essa volesse sembrare più giovine di quanto non fosse, con la sua gonna troppo corta per la moda di quell’epoca a meno che non usasse per casa una gonna del tempo in cui non aveva finito di crescere. La sua testa era però di donna e, per la pettinatura alquanto ricercata, di donna che vuol piacere. Le ricche treccie brune erano disposte in modo da coprire le orecchie e anche in parte il collo. Ero tanto compreso della mia dignità e temevo tanto l’occhio inquisitore del Copler che dapprima non guardai neppur bene la fanciulla; ma ora la so tutta. La sua voce aveva qualche cosa di musicale quando parlava e, con un’affettazione oramai divenuta natura, essa si compiaceva di stendere le sillabe come se avesse voluto carezzare il suono che le riusciva di metterci. Perciò e anche per certe sue vocali eccessivamente larghe persino per Trieste, il suo linguaggio aveva qualche cosa di straniero. Appresi poi che certi maestri, per insegnare l’emissione