Pagina:Svevo - La coscienza di Zeno, Milano 1930.djvu/247

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che cosa che somigliava ad un sorriso. La vecchia invece appariva sempre come un povero animale catturato e restava in quella stanza solo perchè la sua timidezza le impediva di trovare il modo di andarsene. Io, poi, a nessun prezzo avrei tradito il mio desiderio di buttarla fuori di quella stanza. Sarebbe stata una cosa grave e compromettente.

Carla fu più decisa: con molto riguardo mi pregò sospendere per un momento quella lettura e, rivoltasi alla madre, le disse che poteva andarsene e che il lavoro a quel lenzuolo l’avrebbero continuato nel pomeriggio.

La signora s’avvicinò a me, esitante se porgermi la mano, lo gliela strinsi addirittura affettuosamente e le dissi:

— Capisco che questa lettura non è troppo divertente.

Sembrava volessi deplorare ch’essa ci lasciasse. La signora se ne andò dopo di aver posto su di una sedia il lenzuolo ch'essa fino ad allora aveva tenuto in grembo. Poi Carla la seguì per un istante sul pianerottolo per dirle qualche cosa mentre io smaniavo di averla finalmente accanto. Rientrò, chiuse dietro di sè la porta e ritornando al suo posto ebbe di nuovo attorno alla bocca qualche cosa di rigido che ricordava l’ostinazione su una faccia infantile. Disse:

— Ogni giorno a quest’ora io studio. Giusto ora doveva capitarmi di attendere a quel lavoro di premura!

— Ma non vede che a me non importa nulla del suo canto? — gridai io e l’aggredii con un abbraccio violento che mi portò a baciarla prima in bocca eppoi subito sul punto stesso ove avevo baciato il giorno prima.