Pagina:Svevo - La coscienza di Zeno, Milano 1930.djvu/265

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scritto abbia a pensare che anche Carla sarebbe stata un soggetto interessante alla psico-analisi. A lui sembrerà che quella dedizione, preceduta dal congedo al maestro di canto, fosse stata troppo rapida. Anche a me sembrava che in premio del suo amore essa si fosse attese da me troppe concessioni. Occorsero molti, ma molti mesi, perchè io intendessi meglio la povera fanciulla. Probabilmente essa s’era lasciata prendere per liberarsi dall’inquietante tutela del Copler, e dovette essere per lei una ben dolorosa sorpresa all’accorgersi che s’era concessa invano perchè da lei si continuava a pretendere proprio quello che le pesava tanto, cioè il canto. Si trovava ancora fra le mie braccia e apprendeva che doveva continuare a cantare. Da ciò un’ira e un dolore che non trovavano le parole giuste. Per ragioni differenti dicemmo così ambedue delle stranissime parole. Quand’essa mi volle bene, riebbe tutta la naturalezza che il calcolo le aveva tolto. Io la naturalezza non la ebbi mai con lei.

Correndo via pensai ancora: «Se essa sapesse quanto io ami mia moglie si comporterebbe altrimenti». Quando lo seppe si comportò infatti altrimenti.

All’aria aperta respirai la libertà e non sentii il dolore di averla compromessa. Fino al giorno dopo c’era tempo e avrei forse trovato un riparo alle difficoltà che mi minacciavano. Correndo verso casa ebbi anche il coraggio di prendermela con l’ordine sociale, come se esso fosse stato la colpa dei miei trascorsi. Mi pareva avrebbe dovuto essere tale da permettere di tempo in tempo (non sempre) di fare all’amore, senz’aver a temerne delle conseguenze, anche con le donne che non si amano affatto. Di rimorso non v’era traccia in me. Per-