Pagina:Svevo - La coscienza di Zeno, Milano 1930.djvu/385

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I due bambini giacevano in due culle in un gabinetto attiguo alla stanza da letto dei genitori. Ada, dal suo letto, mi gridò:

— Sono belli, Zeno?

Restai sorpreso dal suono di quella voce. Mi parve più dolce: era un vero grido perchè vi si sentiva uno sforzo, eppure rimaneva tanto dolce. Senza dubbio la dolcezza in quella voce veniva dalla maternità, ma io ne fui commosso perchè ve la scoprivo proprio quand’era rivolta a me. Quella dolcezza mi fece sentire come se Ada non m’avesse chiamato col solo mio nome, ma premettendovi anche qualche qualificativo affettuoso come «caro» o «fratello mio»! Ne sentii una viva riconoscenza e divenni buono ed affettuoso. Risposi festosamente:

— Belli, cari, somiglianti, due meraviglie. — Mi parevano invece due morticini scoloriti. Vagivano ambedue e non andavano d’accordo.

Presto Guido ritornò alla vita di prima. Dopo l’affare del solfato veniva più assiduo in ufficio, ma ogni settimana, al sabato, partiva per la caccia e non ritornava che al lunedì mattina tardi e giusto in tempo per dare un’occhiata all’ufficio prima di colazione. Alla pesca andava di sera e passava spesso la notte in mare. Augusta mi raccontava dei dispiaceri di Ada, la quale soffriva bensì di una frenetica gelosia, ma anche di trovarsi sola per tanta parte della giornata. Augusta tentava di calmarla ricordandole che a caccia e a pesca non c’erano donne. Però — non si sapeva da chi — Ada era stata informata che Carmen talvolta aveva accompagnato Guido a pesca. Guido, poi, l’aveva confessato aggiungendo che non c’era niente di male in una gentilezza