Pagina:Svevo - La coscienza di Zeno, Milano 1930.djvu/46

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Ricordo come la sua debolezza fu provata allorchè quella canaglia dell’Olivi lo indusse a fare testamento. All’Olivi premeva quel testamento che doveva mettere i miei affari sotto la sua tutela e pare abbia lavorato a lungo il vecchio per indurlo a quell’opera tanto penosa. Finalmente mio padre vi si decise, ma la sua larga faccia serena s’oscurò. Pensava costantemente alla morte come se con quell’atto avesse avuto un contatto con essa.

Una sera mi domandò: — Tu credi che quando si è morti tutto cessi?

Al mistero della morte io ci penso ogni giorno, ma non ero ancora in grado di dargli le informazioni ch’egli domandava. Per fargli piacere inventai la fede più lieta nel nostro futuro.

— Io credo che sopravviva il piacere, perchè il dolore non è più necessario. La dissoluzione potrebbe ricordare il piacere sessuale. Certo sarà accompagnata dal senso della felicità e del riposo visto che la ricomposizione è tanto faticosa. La dissoluzione dovrebb’essere il premio della vita!

Feci un bel fiasco. Si era ancora a tavola dopo cena. Egli, senza rispondere, si levò dalla sedia, vuotò ancora il suo bicchiere e disse:

— Non è questa l’ora di filosofare specialmente con te!

E uscì. Dispiacente lo seguii e pensai di restare con lui per distoglierlo dai pensieri tristi. M’allontanò dicendomi che gli ricordavo la morte e i suoi piaceri.

Non sapeva dimenticare il testamento finchè non me ne aveva data comunicazione. Se ne ricordava ogni qualvolta mi vedeva. Una sera scoppiò: