Pagina:Svevo - La coscienza di Zeno, Milano 1930.djvu/502

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tuttavia nel mio letto con in mano una tazza da cui avevo sorbito tutto il caffelatte e nella quale continuavo a lavorare con un cucchiaino traendone lo zucchero. Ad un certo punto il cucchiaio non arrivò più a raccoglierne altro ed allora io tentai di arrivare al fondo della tazza con la mia lingua. Ma non vi riuscii. Perciò finii col tenere la tazza in una mano e il cucchiaio nell’altra e stetti a guardare mio fratello coricato nel letto accanto al mio come, tardivo, stava ancora sorbendo il suo caffè col naso nella tazza. Quando levò finalmente la faccia, io la vidi tutta come si contrasse ai raggi del sole che la colpirono in pieno mentre la mia (Dio ne sa il perchè) si trovava nell’ombra. Il suo viso era pallido ed un poco imbruttito da un lieve prognatismo. Mi disse:

— Mi presti il tuo cucchiaio?

Allora appena m’avvidi che Catina aveva dimenticato di portargli il cucchiaio. Subito e senz’alcuna esitazione gli risposi:

— Sì! Se mi dai in compenso un poco del tuo zucchero.

Tenni in alto il cucchiaio per farne rilevare il valore. Ma subito la voce di Catina risuonò nella stanza:

— Vergogna! Strozzino!

Lo spavento e la vergogna mi fecero ripiombare nel presente. Avrei voluto discutere con Catina, ma lei, mio fratello ed io, come ero fatto allora, piccolo, innocente e strozzino, sparimmo ripiombando nell’abisso.

Rimpiansi di aver sentita tanto forte quella vergogna da aver distrutta l’immagine cui ero arrivato con tanta fatica. Avrei fatto tanto bene di offrire invece mitemente e gratis il cucchiaino e non discutere quella