Pagina:Svevo - La coscienza di Zeno, Milano 1930.djvu/507

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stesso col sentire il sapore di quel piede. Quasi dovetti recere.

Non solo il dottore ma anch’io avrei desiderato di esser visitato ancora da quelle care immagini della mia gioventù, autentiche o meno, ma che io non avevo avuto bisogno di costruire. Visto che accanto al dottore non venivano più, tentai di evocarle lontano da lui. Da solo ero esposto al pericolo di dimenticarle, ma già io non miravo mica ad una cura! Io volevo ancora rose del Maggio in Dicembre. Le avevo già avute; perchè non avrei potuto riaverle?

Anche nella solitudine m’annoiai abbastanza, ma poi invece delle immagini venne qualche cosa che per qualche tempo le sostituì. Semplicemente credetti di averla fatta un’importante scoperta scientifica. Mi credetti chiamato a completare tutta la teoria dei colori fisiologici. I miei predecessori, Goethe e Schopenhauer, non avevano mai immaginato dove si potesse arrivare maneggiando abilmente i colori complementari.

Bisogna sapere ch’io passavo il mio tempo gettato sul sofà di faccia alla finestra del mio studio donde vedevo un pezzo di mare e d’orizzonte. Ora una sera dal tramonto colorito nel cielo frastagliato di nubi, m’indugiai lungamente ad ammirare su un lembo limpido, un colore magnifico, verde, puro e mite. Nel cielo c’era anche molto color rosso gettato sui margini delle nubi a ponente, ma era un rosso ancora pallido, sbiaccato dai diretti, bianchi raggi del sole. Abbacinato, dopo un certo intervallo di tempo, chiusi gli occhi e si vide che al verde era stata rivolta la mia attenzione, il mio affetto, perchè sulla mia rétina si produsse il suo colore complementare, un rosso smagliante che non aveva nulla da