Pagina:Svevo - La coscienza di Zeno, Milano 1930.djvu/57

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M’avvicinai all’orecchio di mio padre e gridai:

— Perchè ti lamenti, papà? Ti senti male?

Credo ch’egli sentisse, perchè il suo gemito si fece più fioco ed egli stornò l’occhio dalla parete di faccia come se avesse tentato di vedermi; ma non arrivò a rivolgerlo a me. Più volte gli gridai nell’orecchio la stessa domanda e sempre con lo stesso esito. Il mio contegno virile sparve subito. Mio padre, a quell’ora, era più vicino alla morte che a me, perchè il mio grido non lo raggiungeva più. Mi prese un grande spavento e ricordai prima di tutto le parole che avevamo scambiate la sera prima. Poche ore dopo egli s’era mosso per andar a vedere chi di noi due avesse ragione. Curioso! Il mio dolore veniva accompagnato dal rimorso. Celai il capo sul guanciale stesso di mio padre e piansi disperatamente emettendo i singulti che poco prima avevo rimproverati a Maria.

Toccò ora a lei di calmarmi, ma lo fece in modo strano. Mi esortava alla calma parlando però di mio padre, che tuttavia gemeva con gli occhi anche troppo aperti, come di un uomo morto.

— Poverino! — diceva. — Morire così! Con questa ricca e bella chioma. — L’accarezzava. Era vero. La testa di mio padre era incoronata da una ricca, bianca chioma ricciuta, mentre io a trent’anni avevo già i capelli molto radi.

Non ricordai che a questo mondo c’erano i medici e che si supponeva che talvolta portassero la salvezza. Io avevo già vista la morte su quella faccia sconvolta dal dolore e non speravo più. Fu Maria che per prima parlò del medico e andò poi a destare il contadino per mandarlo in città.