Pagina:Svevo - La coscienza di Zeno, Milano 1930.djvu/90

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dire consenso e compatimento. Essa amava il suo grosso uomo ed egli deve averla conquistata e conservata a furia di buoni affari. Non l’interesse, ma una vera ammirazione la legava a lui, un’ammirazione cui io partecipavo e che perciò facilmente intendevo. Tanta vivacità messa da lui in un ambito tanto ristretto, una gabbia in cui non v’era altro che una merce e due nemici (i due contraenti) ove nascevano e si scoprivano sempre delle nuove combinazioni e relazioni, animava meravigliosamente la vita. Egli le raccontava tutti i suoi affari e lei era tanto bene educata da non dare mai dei consigli perchè avrebbe temuto di fuorviarlo. Egli sentiva il bisogno di tale muta assistenza e talvolta correva a casa a monologare nella convinzione di andar a prendere consiglio dalla moglie.

Non fu una sorpresa per me quando appresi ch’egli la tradiva, ch’essa lo sapeva e che non gliene serbava rancore. Io ero sposato da un anno allorchè un giorno Giovanni, turbatissimo, mi raccontò che aveva smarrita una lettera di cui molto gl’importava e volle rivedere delle carte che m’aveva consegnate sperando di ritrovarla fra quelle. Invece, pochi giorni appresso, tutto lieto, mi raccontò che l’aveva ritrovata nel proprio portafogli. «Era di una donna?» domandai io, e lui accennò di si con la testa, vantandosi della sua buona fortuna. Poi io, per difendermi, un giorno in cui m’accusavano di aver perdute delle carte, dissi a mia moglie e a mia suocera che non potevo avere la fortuna del babbo cui le carte ritornavano da sole al portafogli.

Mia suocera si mise a ridere tanto di gusto ch’io non dubitai che quella carta non fosse stata rimessa a posto proprio da lei. Evidentemente nella loro relazione