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| LIBRO SECONDO | 283 |
e l’altra tenuto da Otone contro a Vitello. Si sparsero lettere per le Gallie, e gran guerra in un attimo ardea. Gli eserciti d’Illiria già s’eran dichiarati; gli altri terrebbero da chi vincesse.
LXXXVII. Mentre che queste cose da Vespasiano e da’ suoi si facevano per le province, Vitellio ogni dì più disprezzevole, e lento, baloccandosi intorno all’amenità d’ogni terra e villa, se n’andava a Roma con gravosa moltitudine. Sessantamila armati lo seguitavano, licenziosissimi: più numero di bagaglioni e guatteri, anche in comparazione delli schiavi, per natura insolentissimi, senza il gran traino de’ Legati e cortigiani non atti a ubbidire, ancorchè con somma severità retti: i Senatori e Cavalieri, venuti da Roma ad incontrarlo per paura, per adidare molti, anzi a poco a poco tutti, per non rimaner soli; senza i giullari, strioni, cocchieri, per disonesti servigi notissime bazziche di Vitellio e carissime. Tanta moltitudine raccozzata saccheggiava e guastava, non pure le città e terre, ma i contadi (essendo già la ricolta matura) come paese nimico.
LXXXVIII. La discordia cominciata a Pavia, ond’eran seguiti molti crudeli ammazzamenti tra le legioni e gli aiuti, ancor durava; ma tutti all’ammazzar paesani erano uniti. La strage grande seguì sette miglia fuori di Roma, ove Vitellio divideva il mangiare a’ soldati, quasi avesse avuto a ingrassare gladiatori. La plebe vi corse e mescolossi per tutto il campo: alcuni con villano scherzo a certi soldati balocchi tagliano bellamente la cintura, e ridendo domandavano, se eran ben cinti. Quegli animi, non soliti esser beffati, con le spade ignude vanno addosso al popolo senza arme, e vi fu morto tra gli