Pagina:Tarchetti - Paolina, 1875.djvu/132

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tornerò a casa di buon grado, perché mia sorella mi attende con impazienza, e veglierebbe anche tutta la notte aspettandomi.

— Ve ne prego, indugiate ancora un istante, fino a che io vi dirò di togliervi la maschera; un solo istante, essa deve vedere il vostro volto che è ben più gentile del suo, e vi giuro che la vedrete rodersi dalla gelosia.

— Vergine santa! disse tra sè Paolina, che mi ha ella fatto quella signora perché io le debba cagionare un dispiacere così vivo? Ah! poteva questo beneficio essermi reso a prezzo più crudele? Ma quindi prese a riflettere sul valore e sulla importanza di questo benefizio che avrebbe forse voluto ripudiare, conobbe l’influenza che avrebbe avuto su tutta la felicità, della sua vita, e si accusava d’ingiustizia e di ingratitudine.

Era nell’ora in cui il ballo toccava il suo massimo grado di effervescenza, quando il Marchese, traendola di fronte al palco della contessa, le disse: «toglietevi ora la vostra maschera; ogni coppia di danzatori è abbastanza occupata di sè per non osservarvi.»

Paolina scoperse il suo volto, e l’agitazione, la vergogna, il pudore, quel largo e fantastico cappuccio di broccato, quell’abito nero, il disordine vaghissimo de’ suoi capelli, lo segnavano d’una bellezza così straordinaria, così divina, così fuori del cerchio delle cose reali, che un angelo istesso ne avrebbe forse palpitato. — La contessa la vide, arrossì, meravigliò, impallidì, tornò ad arrossire, lacerò colle mani convulse il suo mazzetto di viole e di camelie, fece chiedere del