Pagina:Tarchetti - Paolina, 1875.djvu/158

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rosa, mi aveva dato un cuore affettuoso e gentile, mi avea concesso l’amore di un giovine bello, povero ed onesto; l’ignoranza in cui vissi della vita mi riserbava un tesoro di piaceri sconosciuti finora e vegheggiati soltanto ne’miei sogni; io stava per entrare in un mondo meraviglioso e incantevole: sarebbe dunque ben naturale che io dovessi ribellarmi al mio destino, e pure, non ostante tuttociò, mi vi sento quasi preparata, quasi felice, e direi anche desiderosa di affrettarlo.

Elisa non rispose.

— Ditemi, credete voi all’altra vita? aggiunse Paolina dopo qualche momento.

— Oh sì, replicò Elisa coll’espressione d’una convinzione incrollabile.

— Ebbene, io non vedo più altro motivo di addolorarmi che il vostro stesso dolore; credetelo, mia buona madre, è la vostra tenerezza soltanto che mi può far rimpiangere l’esistenza perchè essa mi dice di quanto affetto voi me l’avreste abbellita. Per me, aggiunse la fanciulla, credo di non aver fatto mai nulla di male al mondo, accetterei la vita se potessi, perché il mio cuore mi dice che ella mi riserbava in esso dei grandi piaceri, ma accetto del paro il mio destino che mi promette delle gioie non meno pure in un altro. Ma, oh Dio! parmi di sentire i passi di Marianna per la scala.

La fanciulla entrò di fatto in quel momento.

— Che notizie avete? chiese Paolina.

— Ottime, rispose la ragazza, levandosi il suo cappello e