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178 paolina.


come un segreto santissimo di famiglia. Ma la morte di Marianna mi scioglieva dall’obbligo del silenzio.

Ora le traccie di quegli avvenimenti sono sparite, il teatro di quegli affetti e di quelle sventure è sottratto per sempre alla vista degli uomini. — Tutto finisce, e di tante speranze, di tanto amore, di tanta bellezza non rimasero che tre sepolcri ignorati. Ma dovremo noi credere che sia tutto inesorabilmente finito?

Una vaghezza di malinconia mi trasse pure un giorno a visitare la tomba di Paolina. — Essa è sepolta nel cimitero del Gentilino — alla sinistra della porta, non più in là di venti passi dallo stipite lungo la parete non vi ha che una croce nera senza iscrizione, e se pure esistono tuttora, mentre io scrivo, alcuni steli disseccati di un rosaio che non ha attecchito.

Nel mio ritorno in città una grande carrozza da caccia a due pariglie veniva verso di me, sollevando un nembo di polvere lungo la via. Tra quella brigata di cacciatori, distinsi il conte di F. e il marchese di B. che urlava ad alta voce: sì, vi ripeto che non è difficile come voi dite, quella ragazza sarà mia fra otto giorni: ne vanno cento napoleoni.

— Voi perderete la scommessa, diceva un’altra voce.

— Ne vanno duecento, replicava con insistenza il marchese.

— Presto, presto, aggiunse il conte di F. — finiamola — sferza cocchiere e affrettiamoci alla fattoria.

fine.


















LA FAVA BIANCA E LA FAVA NERA

Era il dì dell’Epifania — un giorno come un altro per gli eretici, ma non per i ghiotti — e si mangiava la torta, una torta di proporzioni assai pIù modeste di quella che si compiacque di descrivere il Tarchetti, ma che celava anch’essa pretensiosamente le sue fave.

Il fuoco allegro, che scoppiettava nel camino, ci riscaldava in tre, non importa dire il dove ne il nome della terza persona, ma non si era molto disposti al buon umore, e io credo che le due fave venissero accolte con tiepidezza. Erano due fave disgraziate, e ne facemmo l’osservazione sorridendo.

Quel sorriso sprigionò la vena; non si fecero le grasse risate, ma si cianciò lungamente accanto al fuoco; si cominciò dai re e dalle regine e si andò a finire nella letteratura, argomento poco faceto in tutte le età della vita, ma non mai pauroso per chi, non ancora arrivato alla trentina, sa conservare un po’di febbre dei vent’anni. Si fecero mille propositi, e si rivide o si credette di rivedere in lontananza un fantasma, a cui da un pezzo si aveva avuto il buon senso di voltar le spalle — si ridivenne fanciulli, si sognò ad occhi aperti.

— Mi viene un’idea, esclamò Ugo, farò un romanzo intimo, e lo intitolerò Il Re e la Regina — e saran le due fave.

— Intitolalo La fava bianca e la fava nera, dissi io — e saranno il re e la regina.

— Benissimo — e il re e la regina o le due fave saranno due adolescenti, che innamoratisi sul serio, finiranno col suicidio.

Non se ne parlò altro.

Quindici giorni dopo, Tarchetti stava male, ma non aveva dimesso il pensiero della Fava bianca e la fava nera, e me ne disse la tela in poche parole. La tela! I romanzi del Tarchetti non hanno una vera tela; le trame sono le passioni, e gli episodi nulla più che nuovi aspetti delle passioni.

Ancora quindici giorni, e il mio amico stava assai più male, ma mi lesse le prime pagine del suo nuovo romanzo, per fantasticare il quale, rimandava di giorno in giorno la fatica di un capitolo mancante della Fosca, allora in corso di pubblicazione. Pur troppo, lo scrivere gli era di venuto una fatica!

Sapete il resto; poco dopo Tarchetti morì, lasciando poche pagine del nuovo romanzo invece di quelle della Fosca. Ora, ecco in quattro parole il compendio dei capitoli che dovevano succedere al primo.

Faustina, la ghiotta Faustina che pizzica la torta e crede ai Re Magi in virtù dei confetti, doveva essere la regina; il giovinetto malaticcio, nipote di quel Teodoro, che è presentato ai lettori sotto l’aspetto poco lusinghiero d’una spugna, doveva essere il re. I due preferiti dalla sorte dovevano innamorarsi pazzamente, puerilmente e, dopo una serie di contrasti, scegliere di morire insieme e compiere l’ultima scena della loro tragedia cogli apparati d’una festa.

Credevo di doverne dire di più, e m’accorgo d’aver press’a poco ripetuto il già detto; tant’è; i lettori comprendono benissimo che il Tarchetti avrebbe potuto fare con questa tela meschina il suo capolavoro; io ne sono convinto, e so che egli se ne lusingava.

Nel mandare alla pubblicità queste prime pagine di ciò che doveva essere un libro, mi faccio scrupolo di lasciarle tal quali, anche colle picciole mende con cui sono uscite di getto dalle mani dell’autore; troverete il nome di un disegnatore mancante; io ne so dieci e potrei mettercene almeno uno, ma ogni lettore ne saprà cento e ci metterà il suo prediletto.

Del resto, queste pagine si presentano al pubblico meno come un lavoro letterario, che come un documento, e voi sapete che i documenti, per vantarsi fortunati, hanno bisogno di due cose: prima di tutto d’essere scoperti, e poi di non cader nelle mani d’un pretensioso, il quale, col correggerli, ne tradisca l’importanza o il successo, mettendoci del suo.

SALVATORE FARINA.


LA FAVA BIANCA E LA FAVA NERA. CAPITOLO I.

Al signor Francesco Paoli.

«Caro ex— collega ed amico; Ti spedisco col mezzo della ferrovia franco di porto, a domicilio, una scatola contenente una torta, che tu accetterai in contraccambio del panettone che mi mandasti a Natale. Ti scrivo queste due righe dall’ufficio, sotto gli occhi del Capo— sezione, che sarebbe capace d’arricciare il naso, se si avvedesse che sto scrivendo una lettera particolare. Perciò, non mi tratterrò lungamente. Dicono che la capitale sarà trasportata a Firenze. In questo caso chiederò anchio il mio ritiro; mia moglie vorrebbe dissuadermi, ma credo che avrà difficoltà a riuscirvi. Firenze è forse una bella città, lo è anche Torino; ma Milano è Milano.

Tu mi capisci.

Addio, la mia Giorgetta fa un bacio alla tua Faustina. Io ti abbraccio con tutto il cuore.

Il tuo vero amico DOMENICO BARTOLAMI.»


Il signor Francesco Paoli non avrebbe mai immaginato, nel leggere questa lettera, che il suo vecchio compagno d’ufficio, avrebbe voluto sdebitarsi sì largamente del dono che gli era stato fatto a Natale. La torta, che aveva ricevuto in quell’istante, era qualche cosa più che una torta, era un capolavoro di pasticcieria. Egli non aveva veduto mai nulla di simile, nè nelle vetrine di Biffi, nè nelle botteghe degli offellieri più rinomati. Era impossibile immaginare in quel genere di ghiottoneria qualche cosa di più elegante e, ad un tempo, di più appetitoso. Le dimensioni erano colossali, tanto nello spessore che nell’ampiezza; gli ornati, i disegni, i festoni, condotti in zucchero filato di vari colori, erano degni della matita di ***; il profumo solleticante che ne emanava faceva fede dell’eccellenza della confezione, e della giusta misura che la mano sapiente del pasticciere aveva saputo porre nella mescolanza e nella combinazione dei dolci ingredienti, che la componevano. Quaranta raggi di zucchero rosso, si spiccavano dal centro, e correvano ad ugual distanza verso la periferia della torta, ciascuno di essi indicava il luogo dove il coltello innocente della famiglia avrebbe dovuto incidere, per sezionarla in quaranta fette uguali. Ogni triangolo scaleno, formato dalla divisione delle fette, aveva sapore e colore diverso: quale era coperto da uno strato abbondante di cioccolatte, quale da una specie di gelatina di zucchero a varie tinte ed a vari gusti, come di vaniglia, di menta, di ananas, di pesca, di lampone, di chiodo di garofano, ecc. Attorno a ciascuna di esse correva un ornato, che faceva l’ufficio d’incorniciatura; e in mezzo a quei fogliami, a quei fregi d’ogni forma e d’ogni genere, erano di tratto in tratto, incastonati i pezzetti di frutti canditi, che fingevano, secondo il loro colore, diaspri, opali, topazi, zaffiri e ogni altra sorta di pietre preziose. Alla base di cadauna fetta era un mazzetto di fiori in rilievo, una specie di stucco zuccherino, eseguito con gusto e con industria impareggiabile. Le viole del pensiero, gli amelli, i fiori della memoria vi erano in più gran numero che ogni altro fiore; l’artista pareva aver voluto legare a quel suo capolavoro, destinato a formare la sorpresa e la gioia d’una pacifica riunione di famiglia, un sentimento d’amore, che incendiasse i cuori di coloro che avrebbero mangiato. E questo sospetto poteva trovar la sua conferma nel grandioso medaglione che occupava il centro della torta. Quivi, in mezzo ad una stupenda cornice di marzapane, un piccolo amore color di burro, cogli occhi fasciati da una benda di cioccolatta, trafiggeva arditamente, con uno strale di zucchero, due cuori di pistacchio tinti di rosso.

Dal giorno che il signor Paolo, superate col tempo e colla docilità esemplarissima le traversie della sua carriera, aveva ottenuto il grado di Capo— sezione al Ministero della finanze, ed era riuscito, mercè i suoi risparmi e la dote della moglie, a costituirsi una fortuna rispettabile per un vecchio impiegato in ritiro, un capitale superiore a centomila lire, aveva introdotto bensì qualche abitudine di lusso nella sua economia domestica, ma non aveva veduto mai sulla sua tavola una ghiottoneria di tal genere.

— Magnifica! diss’egli.

— Superba! esclamò sua moglie.

— È una torta veramente principesca! tornò a dire il signor Paoli. Ti piace Faustina?

— Assai bella. È da mangiarsi? chiese la fanciulla. Anche questi bei fiori di zucchero?

— Senza dubbio; sarebbe una pazzia non mangiarla. Non è cosa che si possa conservare.

— Peccato! disse sua moglie. Però....

— Ma che te ne pare di questo signor Bartolami? l’interruppe suo marito. Permettersi una spesa di questo genere! io ne sono addirittura sbalordito.

— Gliel’avranno regalata....

— Ah!... non credo. Non è possibile. Egli non ha conoscenza di persone che possano fare di questi regali. È una spesa che ha fatto di sua saccoccia. E può essergli costata anche un centinaio di franchi....

— Che dici? Di più.

— Eh!... sì, anche di più. Ma quale spensieratezza! Un impiegato a tremila, con cinque figli.... Basta, aggiunse il signor Paoli, con aria di magnanimità, non si guarda in bocca a cavallo donato, cioè..., voglio dire che non siamo noi che dobbiamo fare i conti sulla sua borsa. Egli può anche rovinarsi, se gli piace. Lascia stare, Faustina; come sei ghiotta! prendi quel pezzo che si è distaccato.

— Quando la mangeremo papà? a tavola?

— Mai più! Che diamine! non mancano che due giorni all’Epifania. Ce l’ha mandata apposta. Faremo una piccola festa. Inviteremo i nostri amici, balleremo. Sei contenta?

— Sì, sì, esclamò la fanciulla battendo le mani. Ma.... bisognerà andare a letto per tempo, è la notte dei Re Magi, ed io voglio metter fuori la mia scarpetta.

— Faustina! le disse sua madre con aria di dolce rimprovero. Tu hai compiti i tuoi quindici anni, e mi pare sempre che non ne abbi che la metà. Non fai altro che pensare a queste ghiottonerie. Io so bene che tu non credi più ai Re Magi.

— Se non ci credo, rispose la fanciulla, è perché sei tu che mi hai detto che non era vero. Io ci credeva. Ad ogni modo mi piacciono i confetti e ne voglio. Metterò fuori la mia scarpa anche quest’anno; sì, sì, la metterò fuori.

— Va bene, disse sorridendo la signora Angelica, — tale era il nome di sua madre — staremo poi a vedere ciò che ci troverai dentro.

Faustina alzò le spalle indispettita.

— Via, le disse il signor Paoli, ammiccando d’un occhio con aria d’intelligenza, non ti dar fastidio di ciò, sai bene che a queste cose ci penso io.

La fanciulla, incoraggita da questa protezione, si limitò per tutta risposta a pizzicare la torta colle dita e a portarne via un pezzetto di marzapane.

— Ah! ah! esclamò suo padre battendole leggiermente sulla mano, è tempo di chiuder la scatola. E fece questa proclamazione solenne: se desiderate di darle ancora un’occhiata, vi avverto che sto per mettere il coperchio. La signora Angelica tornò ad avvicinarsi gravemente alla torta, sua figlia si curvò sopra tanto da toccarla col naso; il signor Paoli, colto il momento opportuno, fece scivolare il coperchio sopra la scatola, dicendo:

«Non la vedrete più fino a posdomani; vado a metterla al sicuro nel mio studio, e ve la chiuderò a chiave.

Ma non aveva fatto ancora atto di alzarla che si arrestò come colpito da un’idea improvvisa, e disse scoprendo daccapo la torta:

«Scommetto che ci sono le fave.

— Le fave! esclamò Faustina.

— Sì, è un’usanza.... Si usa nasconderci dentro due fave.... (e s’interruppe per esaminare attentamente le estremità della torta). — Si usa metterci una fava bianca ed una fava nera. La dama cui tocca in sorte la fava bianca è la regina della festa; il cavaliere cui capita la fava nera.... Ma ecco, ecco qui appunto la fava bianca, questo è il segnale, questo bottone di zucchero...., il cavaliere cui capita la fava nera è il re; essi fanno gli onori della festa, ricevono gli omaggi di tutti gli altri invitati, aprono il ballo, dirigono i giuochi, impongono le penitenze; il re e la regina hanno pieni poteri su tutta la società; e quei riguardi, che si devono l’un l’altro sono in certo modo obbligatori per tutto l’anno, fino all’Epifania seguente. È una bella usanza; tua madre, mia cara Faustina, è già stata regina due volte; l’ultima volta ha avuto l’onore di avere per re nientemeno che il segretario generale; quattro mesi dopo io ho avuto la mia nomina a Capo— sezione.

La signora Angelica tossì leggiermente e si curvò ad esaminare daccapo la torta.

— Ma.... disse la ragazza, se si conosce in qual fetta è nascosta la fava, nel servire si può darla a chi si vuole.

— Oh! in quanto a questo, rispose suo padre, si fa conto di non saperlo (e guardò sua moglie sorridendo a fior di labbra). Vorresti forse esser tu la regina? Nessuna preferenza.... a chi tocca, tocca. Eppoi, continuò egli, la maggior parte delle volte, non v’è che il segnale d’una fava sola. Qui per esempio.... (e tornò ad esaminar l’orlo della torta), qui non v’è altro segno che quello della fava bianca; la fava nera..., veramente non v’è mezzo di scoprirla; deve trovarsi in una delle fette coperte di cioccolatte; ma ve ne sono parecchie.... me ne dispiace.... avrei voluto.... Faustina, va a veder l’ora alla pendola.

Avrei voluto farla capitare al dottor Bognoli, continuò egli rivolgendosi a sua moglie. Cosa te ne pare, Angelica? Quell’uomo ha delle idee su nostra figlia; e colla sua posizione, col suo talento....

— Potremo però invitarlo.

— Diamine! Non occorre parlarne. E bisognerà fare le cose per bene. Penseremo ai giuochi. Ci vorrà un po’di latte e miele coi cialdoni, è indispensabile. La nostra Faustina sarà proprio una regina. Inviteremo quel caro Teodoro.

— Come vuoi. Ma quell’uomo è una spugna, consuma una quantità di vino che è un orrore. Poi, credo ch’egli abbia ora con sè un nipote, un giovinetto malaticcio, venuto da Pavia, e non so se potrà lasciarlo solo.

— Basta, concluse il signor Paoli, ritirandosi colla scatola nel suo studio, combineremo tutto in questi due giorni di tempo che ci rimangono. Ciò che non so capire è come quel nostro Bartolami....

E finì la frase crollando la testa, e sorridendo con aria d’uomo che non sappia bensì trovare la soluzione d’un quesito, ma che ne sia soddisfatto.

La chiave dell’enimma ch’egli non sapeva risolvere era questa:

Il signor Bartolami aveva avuto quella torta in dono da un applicato che aspirava, colla sua mediazione, al posto di segretario, e a cui era stata regalata dai parenti d’una fanciulla che gli si voleva dare in moglie e fargli credere più ricca di quanto non fosse. Se egli si era risoluto a mandarla al signor Paoli, lo aveva fatto per assicurarsi la sua raccomandazione presso il segretario generale di cui godeva tutto il favore nell’occasione in cui avrebbe chiesto il suo ritiro.

Così quella torta corrompitrice aveva già servito a tre scopi prima d’esser origine dei tragici avvenimenti che stiamo per raccontare.