Pagina:Tartufari - Il miracolo, Roma, Romagna, 1909.djvu/113

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Quando si rividero, Fritz Langen le presentò mille scuse e le asserì che nella voce e sopra il volto di lei aveva letto la nobiltà del suo buon sangue più chiaramente che su di un albero genealogico e ch'egli adesso capiva perfettamente come la piccola Orvieto potesse avere avuto una grande storia.

Caso molto strano in una cittaduzza di provincia, nessuno trovava da mormorare sulle passeggiate di Vanna col professore tedesco; anzi, tutti approvavano ch'ella, abitualmente un poco scontrosa, facesse allo straniero gli onori della città, e, d'altronde, l'andamento della sua vita non rimaneva in nulla turbato, perchè Fritz Langen, dopo una visita doverosa di omaggio, non si era più recato in casa di lei, ond'ella assisteva con immutata regolarità alle lezioni di don Vitale e la domenica invitava a pranzo monsignore, trattenendosi con lui, Bindo e Villa Ranieri, Domitilla Rosa e Serena durante l'intiero pomeriggio.

In quelle riunioni Vanna appariva amabile della sua naturale amabilità altera e dolce, fatta di sollecito ossequio verso le parole di monsignore, di condiscendente degnazione verso gli altri invitati; ma qualche cosa di nuovo traspariva dalle sue maniere.

Ella era ad un tempo più gaia e più assorta, ridendo inaspettatamente di riso trillante, poi, spalancando gli occhi, gettando indietro la testa come a guardare lontano. Forse, nel tepore della saletta