Pagina:Tartufari - Il miracolo, Roma, Romagna, 1909.djvu/12

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L'ombra della stanza, dove la Monaldeschi dormiva supina nel letto basso, fu per un istante percorsa da brividi sonori, poscia le cose tornarono ad assumere il loro aspetto di benigna immobilità.

Ermanno apparve con molta cautela di tra i cortinaggi serici dell'uscio socchiuso, protese il volto arguto a scrutare la massa quadrata del letto e, mal frenando gli scoppi della sua garrula ilarità, si buttò carponi sul pavimento di marmo e, coll'agile dorso inarcato, si divertì a misurare replicatamente il circuito della stanza e ad imitare, a bassa voce, l'abbaiare festoso del cane.

Il bimbo infatti pareva in quella posa un giovane levriero di razza, con le gambe sottili che prolungavano la snellezza elegante del torso, con le braccia che uscivano frementi e instabili dalle maniche del camice prolisso.

Egli tentò di spingersi fin sotto il letto, e, non riuscendovi, si rialzò di un balzo, mulinò intorno a se stesso sopra la punta dei piedi scalzi, finchè stordito dal troppo girare andò a cader bocconi sul letto della madre dormente.

Un grande terrore e una invincibile voglia di ridere lo presero a un tempo, ond'egli si risollevò pian piano, stringendo forte la bocca, mentre dagli occhi spalancati e attoniti la giocondità sprizzava in minutissime faville.

Il bimbo provocò sulla coperta di seta azzurra un leggero fruscìo e allora Vanna si mosse, tentando di aprire le palpebre; ma le palpebre ridiscesero