Pagina:Tartufari - Il miracolo, Roma, Romagna, 1909.djvu/33

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Una sfumatura di rossore ornò le gote di Vanna e il lampo di un desiderio ardente le brillò nello sguardo.

— Lei sa, monsignore, qual è la mia speranza. Offrire mio figlio a Dio, fare di lui un sacerdote sapiente, un prelato autorevole, forse, chissà, esaltarmi un giorno in lui per la sua porpora cardinalizia.

Monsignore ne mitigò con gesto affrettato l'entusiasmo.

— Non precorriamo gli eventi e, sopratutto, non offriamo a Dio quello che non ci appartiene, ossia l'altrui volontà e l'altrui vocazione. Iddio sa lui quanto gli spetta, e noi dobbiamo seguirlo, non già precederlo ne' suoi decreti.

Vanna, confusa, lasciò cadersi le mani in grembo e disse con umiltà remissiva:

— Il mondo è così pieno d'insidie.

— La ragione ci è data per evitarle.

— Le gioie terrene ingannano, monsignore. Io credevo di essere la più felice tra le donne e son diventata invece la più misera. Lei stesso mi ha detto, in confessione, che gli attaccamenti mondani sono lacci, sono pericoli.

Monsignore corrugò le ciglia e incrociò con atto d'impazienza una gamba sull'altra. Non ammetteva che nelle conversazioni amichevoli si riandasse su quanto era stato detto in confessione.

— Il tribunale della penitenza è fatto per correggere - egli disse con autorevolezza - mentre qui io sono l'amico della sua famiglia, il tutore