Pagina:Tartufari - Il miracolo, Roma, Romagna, 1909.djvu/44

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dopo averle prestati i suoi servigi, lasciandola sola.

Domitilla Rosa meditava allora interminabilmente sulle cose di Dio e intanto dalle dita le fiorivano gigli d'oro sui velluti delle pianete ed i broccati dei piviali. I gigli intrecciavano gli steli con allacciamenti leggeri ed i pensieri della ricamatrice diventavano alati.

Serena entrava dalla via, per l'uscio sempre socchiuso, turbinava attraverso la stanza, attingeva latte da una caraffa a fiorami, poi si addormentava ai piedi della zia fra le sete ed i velluti.

Domitilla Rosa le sorrideva tacitamente, perocchè ella praticava il silenzio; ma talvolta parlava a lungo, inspirata; parlava per esalare la piena del suo cuore devoto, come l'acqua di una fonte gorgoglia e come Santa Caterina scriveva lettere per esaltare Gesù dolce, Gesù amore.

Vanna Monaldeschi non provò dunque nessuna meraviglia allorchè Domitilla Rosa cominciò quella sera un suo discorso. Dapprima parlò, movendo appena le labbra, assorta, incerta, quasichè le sue parole fossero la eco di altre parole ch'ella ascoltava, poscia la frase le divenne più sicura, l'accento più fermo, e una esultanza trionfatrice le trasfondeva ardore nella persona esile, mentre ella magnificava la gloria del Padre, il quale aveva permesso il miracolo di Bolsena, da cui la solennità del Corpus Domini ha tratto in