Pagina:Tartufari - Il miracolo, Roma, Romagna, 1909.djvu/62

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A un tratto la folla ammassata ondeggiò, le teste si scoprirono, i ginocchi si piegarono: sorretto da quattro uomini sudanti e barcollanti sotto l'enorme peso, apparve il tabernacolo illustre, dove la ricchezza del metallo è vinta dall'opera insigne di bulino e di smalto dell'orafo senese, e dove si offre, da secoli, al culto dei credenti, il breve lembo di tela portante le traccie del preziosissimo sangue.

Anche Serena volle inginocchiarsi; ma il sedile di pietra su cui ella stava in piedi era stretto e la bimba ruzzolò in terra tra le scarpe ferrate dei villani.

Ermanno si precipitò a sollevarla e il velluto nero della giacca di lui, la mussolina bianca del cuffiotto di lei formarono un unico viluppo, travolto dall'impeto della gente adunata, che adesso irrompeva verso l'altra parte della città per assistere di nuovo alla sfilata del sacro corteo.

Sarebbero inevitabilmente rimasti schiacciati, se monsignore, che precedeva le camerate dei seminaristi, non si fosse chinato a raccogliere i bimbi e non avesse fatto cenno a Titta di venirseli a ripigliare.

Ermanno e Serena, malconci nelle vesti, eppure felici di tutto quel chiasso, tutto quel moto, si recarono con Titta presso la torre del Moro, dove Bindo Ranieri li accolse distrattamente, essendo egli alle prese col Paterino, un eretico socialista, libero pensatore, schernitore della religione cattolica, al punto che avrebbe voluto