Pagina:Tartufari - Roveto ardente, Roma, Roux, 1905.djvu/317

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Giorgio si strinse nelle spalle e parlò a sua moglie con l'amarezza contenuta che usava sem pre verso di lei.

— Certamente la padrona sei tu, dal momento che io ho avuto la felice idea di sposarti. Ti ho voluta e ti tengo così, come sei. Anna Maria mi è affezionata, mi cura, mi serve bene, manda la casa a meraviglia, e io non posso cacciarla via per un tuo capriccio.

- Dunque — esclamò Flora indignata — io dovrò rassegnarmi a sopportare le sue insolenze?

Il cavaliere volse il capo lentamente dalla parte della moglie, e disse:

— Non mi sono io forse rassegnato a tolle rare il tuo completo disinteresse per me?

— Ma che cosa rappresento io allora qui den tro? — gridò Flora con voce di collera.

— Me lo sono domandato spesso anch' io — rispose il cavaliere; poi, dopo una pausa lunga soggiunse:

— Del resto le recriminazioni sono inutili e le scenate mi annoiano. Imporrò ad Anna Maria di chiederti scusa, come di dovere.

L'indomani mattina infatti, dopo che il cava liere fu uscito per recarsi all'ufficio, Anna Maria si presentò nella camera della signora.

Evidentemente ella sosteneva una lotta con sè medesima. Tolse la polvere dallo specchio, rimise a posto la spazzola dei capelli e fu sul punto di uscire, senz'aver pronunciato le meditate parole di scusa. Ma il cavaliere le aveva comandato di cedere per la pace della famiglia ed Anna Maria si decise, arrestandosi presso la soglia.

— Mi perdoni quello che dissi ieri sera. Colpa del mio sangue caldo.