Pagina:Tartufari - Roveto ardente, Roma, Roux, 1905.djvu/349

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fare importantissimo, di cui le parlava con frasi circospette.

Flora si lasciava cullare incauta dalle parole di lui.

L'estate era trascorsa per lei assai dolorosa. Germano assente e l'immagine di lui ingigantita dalla lontananza; Giorgio e Anna Maria sempre più legati fra loro e a lei sempre più ostili.

Ella ripensava con paura a certi meriggi cani colari. L'asfalto della terrazza si liquefaceva, esa lando un odore nauseabondo; le stanze, mute nell'ombra, parevano sommerse sotto il peso di una maledizione; il legno dei mobili crepitava, come per il principio di un incendio; dal cielo arroventato e implacabile cadeva fuoco, ed ella sentiva il sangue intorpidirsele vicino al cuore, che quasi cessava di battere, e sentiva le mem bra diventare grevi come di pietra. Il pensiero vagolava incerto fra un buio vuoto e senza con fine, mentre una luce guizzava rapida, a inter valli, quale di astro che si spenga. La memoria si raccoglieva stanca, passato e presente si amal gamavano in una massa informe, e Flora non riusciva a comprendere se la persona che si av vicinava, con mille cautele a punta di piedi, fosse Germano a cui avrebbe voluto tender le braccia o Giorgio che avrebbe voluto respingere.

Ma adesso il supplizio degl'incubi era finito. Piogge copiose erano sopraggiunte a dissipare i calori; l'autunno era venuto e, con esso, le mat tinate placide di una soavità quasi mistica, i po meriggi velati dolcissimamente, le notti odorose e fresche, i sonni ristoratori, l'alacrità dello spi rito e l'agilità delle membra. E su tutto questo benessere rinnovato, sopra tutta questa serenità