Pagina:Tartufari - Roveto ardente, Roma, Roux, 1905.djvu/378

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ella si comprimeva il petto colle braccia incro ciate, mentre una pioggia di lacrime le grondava dagli occhi.

— Mamma, Reginetta — chiamatemi, oh! chia matemi 1 Liberatemi, venitemi a prendere — in vocava a bassa voce con accento di supplica di sperata, giudicando lucidamente come la sua vita e la sua morte stessero in quel momento sospese al filo di una parola pietosa che ancora avrebbe potuto salvarla, debellando il pensiero, già formi dabile nella sua mente.

Vedendo che i vivi erano implacabili, si rivolse ai morti:

— Papà, Romolo, salvatemi! Parve che il padre ed il figlio si muovessero veramente a pietà di lei e la chiamassero, infatti, con suoni incerti, arrivanti di lontano: — Vieni, Flora — rispondeva la voce di Leone, emergente di sotto l'ondeggiare di una mobile distesa verdastra. — Mamma, vieni — rispondeva la dolce vocina di Romolo, saliente di sotto uno strato di foglie di rose. Flora si gettò bocconi sul letto e si assopì. Era decisa, ma doveva aspettare che il pensiero do minante fosse sempre più lucido e preciso. Quando si destò era scomparso ogni dissidio, completo essendo oramai l'accordo ira l'idea vit toriosa e la volontà sottomessa. Il pranzo doveva essere al suo termine. Giungeva a lei un bisbiglio di voci animate, ma sommesse, quasi nel rispetto di un grande dolore. Stava per alzarsi, quando udì qualcuno entrare dalla porta che metteva nel corridoio. Riconobbe l'andatura pesante e il grosso respiro di suo marito.