Pagina:Tartufari - Roveto ardente, Roma, Roux, 1905.djvu/382

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ella avesse osato schiantare le catene, di cui l'ave vano inceppata.

Un flutto amaro di nausea le sollevò il cuore e, ripresa la sua via, si figurò la scena postuma, che seguirebbe la rivelazione della morte. Il ma rito si lamenterebbe prolissamente, che ella gli avesse inflitto un ultimo affronto, trascinando il nome di lui per i giornali; Renato non manche rebbe di mettere al cappello una fascia di crespo nero; sua madre cadrebbe in deliquio con posa leggiadra; Germano, passato il primo istante di ·smarrimento, penserebbe che una simile catastrofe avrebbe potuto cadere sopra di lui e tale pen siero lo avrebbe attaccato più docilmente a Balbina.

Erano vili e malvagi tutti! Ella sola era co raggiosa, ella sola era buona!

Flora esultava, senza discernere se l'esultanza traesse origine dal piacere della vendetta o dalla gioia per la imminente liberazione.

A piazza Nicosia, una coppia di giovani popo lani le passò accanto, strettamente avvinti.

L'uomo, alto, incurvava la persona; la donna, piccolina, sollevava il viso. Ridevano misteriosi, e andarono oltre, senz'accorgersi di Flora, che li guardò con disprezzo. L'amore? Menzogna; turpe menzogna! La solitudine assoluta del ponte Umberto e del lungo Tevere le fece paura. Paura di che, dal momento che ella andava a morire? Non avrebbe saputo spiegare, ma il pa lazzo di Giustizia le produceva l'effetto di una fortezza, dove qualcuno, che le stava a lato invi sibile, meditasse d'imprigionarla per l'eternità.

Accelerò il passo e respirò liberamente solo afl'apparire del ponte di ferro.