Pagina:Teotochi - Opere di Canova.djvu/113

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SOCRATE

MORTO




basso rilievo in gesso


XXXI.

In questa dell’istoria d’un sì grand’uomo ultima scena, si vede Socrate nella medesima prigione steso supino sopra un rozzo letticciuolo, con le membra irrigidite, e nel momento appunto in cui l’anima lo ha già abbandonato. Un suo domestico, o il carceriere, che Socrate solca chiamare uomo di buon cuore, alza dolorosamente il lino da cui è coperto, ed osserva attentamente se pur gli rimane qualche resto di vita. Critone, il più caro dei suoi giovani amici, vincendo per un momento sè stesso, gli rende il mesto ufficio di chiudergli le palpebre. Un altro dei suoi discepoli, la testa appoggiata ai piedi del maestro, e lasciata in abbandono tutta la persona, dimentico di sè, sembra immerso nel più profondo dolore. Due vecchi filosofi stanno seduti, e sembrano assorti in grave meditazione. L’uno si cuopre il