Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo I, Classici italiani, 1822, I.djvu/609

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■r>l’° PARTE TERZA modo a ftiggire. Or non insegnandosi da essi juorc he ciò solamente, ed essendo quella , a dir vero, una scuola if impudenza , giudicai dover di censore di fare in modo che tal male non serpeggiasse più oltre. Le quali cose non dico io già, perchè pensi che impossibile sia il trattare e ornare latinamente quell’argomento di t ni abbiam favellato: perciocchè la Un ma nostra e l’indole delle cose è tale, che quelli antica ed esimia arte de’ Greci si può alle, leggi nostre adattare e. ai nostri costumi. Ma a ciò fa d’uopo d’uomini eruditi, de’ quali in questo genere niuno ancora è stato fra noi. Che se un giorno alcuni ne sorgeranno, dovranno essi a’ Greci stessi antiporsi. Fin qui Crasso, dal cui parlare raccogliesi chiaramente che non già l’arte de’ retori, ma l’ignoranza di quelli che l’esercitavano, avea egli con tal decreto presa di mira. E qui ad osservare che Crasso dice che in quegli ultimi due anni avean cominciato i retori latini a introdursi in Roma. Ora il Dialogo in cui egli parla, finge Cicerone che si tenesse nell’anno stesso, anzi pochi giorni prima della morte del medesimo Crasso, che accadde l’anno 662. Due anni innanzi adunque, cioè l’anno 660, avean essi aperte le loro scuole; e l’anno seguente fu contro lor pubblicato il riferito decreto. VI. Il primo tra’ retori latini fu Lucio Plozio ì Gallo. I dotti autori della Storia Letteraria di Francia 1’ hanno annoverato tra’ loro uomini illustri solo pel soprannome di Gallo (t. 1 ,p. 83). Ma già si è mostrato altrove che argomento troppo debole è questo a provarlo nativo della