Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo I, Classici italiani, 1822, I.djvu/626

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LI1IItO TEREO 5^7 Tirannione avea disposti i libri, Postea vero quam, dice, Tyrannio mihi libros disposuit, mens addita videtur meis aedibus. Non è perciò a stupire che la biblioteca fosse a Cicerone f oggetto delle sue delizie, e che appena libero dagli affari corresse, per così dire, a nascondervisi entro. Itaque, scrive egli allo stesso Attico (l. 2, ep. 6), libris me delecto, quorum habeo Antii festivam copiam; e a Curio (l. 7 Famil, ep. 28) Cum salutationi nos dedimus amicorum.... abdo me in bibliothecam. Una delle sventure a cui più fosse sensibile, si fu allor quando un de’ suoi schiavi detto Dionigi, rubatigli molti libri, se ne fuggì. La maniera con cui egli ne scrive a Sulpicio, fa ben vedere quanto ei ne fosse afflitto (l. 14 Famil. ep. 77): Dionysius servus meus, qui meam bibliothecam multorum nummorum tractavit, cum multos libros surripuisset, nec se impune laturum putaret, aufugit. Is est in provincia tua Hunc si tu mihi restituendum curaris, non possum dicere, quam mihi gratum faturum sit. Res ipsa parva; sed animi mei dolor magnus est.... Ego si hominem per te recuperaro, summo me a te beneficio affectum arbitrabor. VII. Nè di libri solamente, ma di antichità ancora, che servissero a ornamento della sua biblioteca e dei suoi portici, era avidissimo Cicerone. Undici lettere scritte quasi di seguito una dopo l7 altra ad Attico noi abbiamo (l. 1, ep. 3, 4, 6, ec.), nelle quali lo va di continuo importunando per certe statue antiche che da lui gli si dovean mandare; dice, che si compiace solo al pensarvi che le aspetta con impazienza, TiR.viioscm, Voi. /. 37 vii. Questi fa ancor raerol« ta di aultchiù.