Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo I, Classici italiani, 1822, I.djvu/642

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Capo X.

Arti liberali.

1. Come nel ragionar degli Etruschi e de’ popoli della Magna Grecia e della Sicilia abbiamo ancor ragionato del fiorire che tra essi fecero le arti liberali, così ragion vuole ancora che lo stesso facciamo or de’ Romani. Ma il farem brevemente, e sol quanto basta a conoscere l’origine e il progresso di queste arti presso di loro. E cominciando dalla scultura e dall’arte statuaria, Varrone citato da S. Agostino (De Civ. Dei l. 4. c. 31) e Plutarco (in Numa) ci assicurano che per lo spazio di cento settant’anni niuna statua ne’ tempii di Roma ebbero gli Iddìi, così avendo comandato Numa nelle sue leggi. Dico ne’ tempii; perciocchè lucidi essi se ne videro anche ne’ più antichi secoli alcune, come fra le altre la statua di Giano a due facce, che Plinio dice consecrata da Numa stesso (l. 34, c. 7). Agli uomini ancora fino da’ primi tempi si videro innalzate statue in Roma, e il medesimo Plinio rammenta quella di Clelia al tempo della guerra di Porsena (ib. c. 6). Erano però ne’ tempi più antichi le statue o di creta, o di legno; e la prima statua di bronzo che in Roma si vedesse, dice lo stesso autore (ib. c. 4), che fu quella di Cerere fatta col denaro di Spurio Cassio, allorchè egli per sospetto di affettata autorità reale fu ucciso, il che avvenne l’anno di Roma 268. Aggiugtie, che dagli Iddii passò poi questo onore agli Tìraboschi, Voi. I. 38