Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo II, Classici italiani, 1823, II.djvu/383

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Capo VIII.

Gramatci e Retori.

1. Dopo avere esaminate le vicende della romana letteratura in quest’epoca in ciascheduna delle scienze che in Roma vennero coltivate, rimane ora che diciamo dei mezzi onde usarono a coltivarle; come nel primo tomo si è fatto. E primieramente delle scuole. Già abbiamo altrove spiegato qual fosse l’impiego de’ grammatici e dei retori, in quali cose esercitassero i loro discepoli, e qual metodo seguissero in insegnare. Ma due cose da due imperadori s’introdussero, che recarono alle scienze non ordinario vantaggio. Que’ che tenevano scuola, non aveano finallora avuto stipendio altronde che da’ loro scolari: cosa troppo gravosa, dirò ancora, poco onorevole a un uom dotto, esser costretto a vender la scienza a contanti; e cosa insieme troppo spiacevole a chi vorrebbe fornirsi d" erudizione, non aver denari con cui comprarla. All" uno e all’altro inconveniente pensò di rimediar Vespasiano; e a’ retori così greci, come latini, dice Svetonio (in Vesp. c. 18), assegnò sul pubblico erario centomila sesterzii annui, che corrispondono a un dipresso a duemilacinquecento scudi romani; stipendio che sembrerebbe eccessivo in ogni altro tempo, fuorchè in questo del qual parliamo, in cui il lusso era giunto a tal segno, che forse non ve n’ebbe giammai l’uguale. In tal maniera potevano i retori più onorevolmente sostenere