Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo IV, Classici italiani, 1823, IV.djvu/727

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XXV. Alcuni lodati per do<j ueuiu. ’"otí LI IMO e il frullo de’ loro ragionamenti doveasi più alle preghiere che porgeano a Dio, che alle parole che volgeano agli uomini; e molto più che congiungendo essi talvolta (se pure alcuni tra’ pensatori moderni ci permetton di credere ciò che innumerabili testimonii ci affermano concordemente di aver veduto) alle lor parole le opere loro maravigliose, e i soprannaturali prodigi che Dio per essi operava, questi rendeano i popoli sempre più docili e più pieghevoli a’ loro ragionamenti. Quindi della loro eloquenza vuolsi giudicare in somigliante maniera a quella con cui parliam degli Apostoli e de’ primi banditori dell’evangelica Legge, e si dee considerare ch’essa era di tutt’altro genere da quella che insegnasi co’ precetti, e che si apprende su’ libri. Che se videsi ancor taluno emulare negli ammirabili effetti della sua predicazione i più santi personaggi di questo secolo, senza emularne, o anzi col solo fingerne la santità, di ciò non dobbiam fare maraviglia maggiore, che di altre somiglianti imposture. Anche il vizio prende talvolta le sembianze della virtù, e ottien quegli onori che solo ad essa si debbono. L’inganno però svanisce presto, e i mal conseguiti onori ritornano a confusione di chi gli avea usurpati. Ma noi siamo entrati a parlare di un argomento che non è nostro, e non dobbiam confondere l’eloquenza degli uomini colla onnipotenza del Cielo. XXV. Di alcuni che vissero a questa età, noi ! leggiamo che furono parlatori eloquenti e leggiadri. Il Corio parlando della dignità di vicario imperiale in tutta la Lombardia, che fu