Pagina:Torino e suoi dintorni.djvu/37

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breve informazione storica 13

nuele I, che continuò la sapiente opera del padre, formò la propria tempera nazionale e militare.

Nel 1630, un grave flagello, la pestilenza, disertò il Piemonte. Torino, che piangeva ancora le perdite fatte nel 1595, lo vide imperversare con maggiore ferocia.

Così ne parla il Cibrario: « Uscita la corte, qua e là sparsi gli ufficii e i magistrati, contaronsi in città 11,000 persone. Dopo pochi mesi 8,000 erano morte. Molti, camminando e discorrendo, cadean morti come percossi dal fulmine. Altri avevano tempo di domandare una sedia, sedevano e incontanente morivano. Altri sentivano uno stimolo di sete, e, accostato il caso alle labbra, in quella positura morivano e si manteneano dopo la morte. Altri gravati di carboni, o segnati di tacchi, petecchie o verghe nere; o seminati di migliaia di pustole. Chi passava fra atroci dolori, mandando continue grida e pietosi lamenti; chi tra i deliri e le visioni spaventose; chi oppresso da stupore o da letargo. Ne furono veduti molti che, appoggiati alle mura, stavano come trasognati, senza parlare, nè mangiare, nè bere due, tre o quattro giorni e notti in piedi, e poi, vinti dal male e dalla spossatezza, cadeano morti senza soccorso nè spirituale, nè temporale. Moltissimi religiosi, che recavano i sagramenti agli appestati, furon presi dal male e la massima parte morì. I curati di Torino, da due in fuori, morirono tutti, e i loro successori ebbero la medesima sorte, e fino in molte parrocchie i successori de’ successori.

« Molti orrendi ed abbominevoli casi, molti pietosissimi narra il medico Fiocchetto:

« Due fanciullini, uno di tre, l’altro di quattro anni che, mancati i genitori, si trovarono soli, tocchi dal male, s’abbracciarono con fraterno affetto, e così morirono; ed abbracciati li trovarono i monatti alla porta della casa che sorge davanti alla chiesa della Trinità, e così avvinti li gettarono tra gli altri cadaveri, sotto al peso dei quali scricchiolava il carro che conducevano. »

Al travaglio della peste s’aggiunse quello della fame, imperocchè francesi e spagnuoli saccheggiarono con bestiale furore le campagne. Ma Vittorio Amedeo I, succeduto in quei giorni al padre, soccorse la città di grani. Magnanima dimostrossi la civica amministrazione, la quale assicurò tutte le provvisioni pei lazzaretti, attese a far nettare la città dai cadaveri e dalle immondezze, e spese non meno di 14,000 scudi il mese. Nè meno micidiale fu cotal pestilenza nelle vicine contrade.