Pagina:Torriani - Senz'amore, Milano, Brigola, 1883.djvu/181

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alla mia patria, non voglio essere prete», ed il dolore di portare un colpo simile al povero vecchio che aveva fede in lui, e che quella sua risoluzione avrebbe ridotto alla miseria. Non aveva più testa allo studio, evitava i compagni, smaniava, si strappava i capelli, piangeva disperatamente, non scriveva neppure più a Vicenzino, gli pareva d'impazzire. Nelle ore di ricreazione, mentre i piccoli seminaristi giocavano, ed i grandi discorrevano ad alta voce, egli profittava di quel chiasso, che impediva di distinguere i vari suoni, per cantare i vecchi inni del 1848, che si udivano ancora qualche volta nelle campagne del Piemonte.

Un giorno fu sorpreso da un assistente mentre strillava con tutta la forza de' suoi polmoni — Va' fuori d'Italia, va' fuori, o stranier! — e fu rinchiuso per castigo in un camerino di penitenza.

D'allora confuse l'assistente coi tiranni della patria, e quando pensava alla redenzione d'Italia, pensava di redimersi dall'Austria e da lui.

Circa quel tempo le lettere di Vicenzino cominciarono a farsi meno verbose, meno sentimentali. Aveva realmente qualche cosa da scrivere all'amico, un'angoscia da confidargli. Suo padre era ammalato. Egli cessò di fantasticare sull'amicizia, per descrivere le sofferenze dell'infermo, la tosse, l'affanno, le veglie; per riferire i giudizi del medico.

Vincenzo aveva voluto bene a quel parente senza conoscerlo, forse per una certa analogia nei