Pagina:Tozzi - Giovani, Treves, 1920.djvu/217

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210 i nemici


cettarla perchè la sua finzione mi offendeva; ma fui troppo debole. Anzi, io stesso lo presi sotto il braccio; e cominciai a parlargli volentieri. Egli subito si cambiò: non poteva sopportarmi e smuoveva un poco il braccio, perchè io lo lasciassi. Non gli era più possibile ascoltarmi, e dalla voce mi faceva sentire com’egli non voleva tenermi in nessun conto. Alla fine, mi lasciò; troncando a mezzo quel che stavo dicendogli. Quando lo vidi lontano da me, tra la gente, mi proposi di non parlargli più facendoglielo capire chiaramente. Ma il giorno dopo, incontrandolo un’altra volta, quasi allo stesso posto, fui proprio io a fermarlo; mentre egli m’aveva fatto capire che preferiva comportarsi come se non m’avesse veduto. Ma io volevo andare in fondo al suo animo, e sapere perchè mi era nemico a quel modo. È vero che io ero molto più ben visto e stimato di lui, non senza ragione, dal nostro capo d’ufficio; ma non potevo spiegarmi perchè egli desse tanta importanza a ciò. E che torto, in ogni modo, io gli facevo? In parecchie occasioni lo avevo aiutato, e m’ero guardato, anzi, di fargli del male. Egli doveva saperlo, e non poteva non esser-