Pagina:Tragedie di Eschilo (Romagnoli) I.djvu/19

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xx prefazione

dovevano aver letto mai l‘Orestèa. Basta osservare che fra l’Agamènnone e le Coefore intercedono per lo meno dieci anni, il tempo che Oreste da bambino divenga giovine. Però lasciamo andare, queste son come due giornate della trilogia. Ma nell’Agamènnone, in una scena Clitennestra annuncia la presa di Troia, avvenuta in quella medesima notte; e nella scena seguente giunge l’araldo da Troia. E per andare da Troia ad Argo, in quei tempi, ci volevano parecchie settimane. E, per giunta, la traversata era stata impedita da una fierissima tempesta. Altro che ventiquatt'ore!

Dunque, né tempo né luogo, né alcun altro impaccio, né, se preferite, alcun altro legame d’indole drammatica, che costringa il poeta. Il poeta espone liberamente il mito nella successione cronologica dei suoi episodî, in una sequela di scene. E gli episodî che non può direttamente rappresentare, li fa narrare da personaggi o evocare liricamente dal coro. La drammaturgia di Eschilo é una drammatizzata esposizione di miti. Con lui abbiamo il dramma in servizio del mito.

***

Questa forma, questi caratteri del dramma di Eschilo, erano legati ad una tradizione. Possiamo conoscerla? Quali modelli ebbe dinanzi a sé Eschilo? E donde provenuti? In altre parole, quali furono gli incunaboli, quale l'origine della tragedia?

E súbito ci balza avanti la famosa testimonianza di Aristotele: «La tragedia fu in origine una improvvisazione dei corifei che guidavano i ditirambi».

E che carattere avevano questi ditirambi?