Pagina:Tragedie di Euripide (Romagnoli) I.djvu/12

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

PREFAZIONE XI

le tre Dee presentarsi al giudizio di Paride rissando, ed esaltando ciascuna le proprie qualità, con profluvi di parole vituperose, come lavandaie.

— Sono, su per giú — si potrà obiettare — i Numi tradizionali — . È vero. Ma i lati empî, volgari, grotteschi, ridicoli, delle loro azioni, non sono attenuati e velati, come avviene negli altri due tragediografi; bensí ostentati, messi in bella mostra, sottolineati, e dedottene le logiche conseguenze, con l’invenzione e la rappresentazione di particolari non esposti dal mito: sí che risulti ben chiara la loro vera essenza, antípoda ad ogni alto e sano concetto della divinità.

E la critica implicita in queste invenzioni e in queste esposizioni, diviene esplicita in molti luoghi nei quali si dichiara che questa e quella azione d’un Nume è una bricconata. Oppure, che attribuire a Numi azioni tanto vergognose, è futile arbitrio di poeti. Cosí nell’Ercole, la stessa Furia (Lyssa) riprende la condotta d’Era e d’Iride:

                                                       Adesso, voglio
                    Era esortare, e te, pria che cadiate
                    in qualche fallo.

E, rilevati gli altissimi meriti d’Ercole, tenta nuovamente distoglierle dalla trista opera:

                    Io t’avvio sul buon sentiero:
                    ché tu sei su mala traccia.

E lo stesso eroe stigmatizza l’opera della Dea nemica con roventi parole:

                    Ad una tale Dea, chi mai preghiere
                    rivolgere vorrà? Per una donna,