Pagina:Tragedie di Euripide (Romagnoli) I.djvu/18

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PREFAZIONE XVII

moglie. E infatti, ne Le Tròadi, vediamo che, quando la recupera, la minaccia, sí, ma, in conclusione, se la tiene.

E, per concludere, e tralasciando le figure di secondo piano (per esempio: Etèocle e Polinice ne Le Fenicie) il vero tipo dell’eroe decaduto lo troviamo in Oreste. Nella tragedia che da lui prende il nome, è proprio un bandito, che col suo contegno quasi riesce ad attenuare l’odiosità, non piccola, dei suoi nemici. E non troppo migliore lo troviamo nell’Andromaca: tristo, debole, vile, che, non potendo farsi giustizia con la forza e il coraggio, se la fa con l’astuzia e il tradimento; e se ne vanta, con vergognoso cinismo.

Piú che altro, finora abbiamo vedute figure maschili. Quasi parallela è la concezione delle eroine.

Anche qui, ne abbiamo una schiera di quasi immacolato eroismo. Basta ricordare Polissena, Ecuba e Andromaca ne Le Troadi; Macaria ne Gli Eraclidi; e, ascendendo, Megara nell’Ercole; la quale, messa a fianco del pur nobile Anfitrione, non gli rimane seconda, né per devozione all’eroe, né per affetto ai fanciulli; e dinanzi alla morte dimostra anche maggior forza d’animo.

E vediamo la vegliarda Etra ne Le Supplici; che alla magnanimità eroica unisce una viva e profonda umanità. Quando Teseo rifiuta il suo soccorso ad Adrasto, e le madri dei sette eroi caduti si trascinano implorando ai suoi piedi, ella piange, e si cuopre il volto per nascondere le lagrime. E piene di senno e addirittura di saggezza civile sono le sue esortazioni al figliuolo. La prontezza con cui questi accede ai suoi consigli, mostra chiaro in qual conto la tenga. E la venerazione onde le offre la mano per riaccompagnarla a casa, in ufficio quasi servile, pone la vegliarda a un’altezza piú che regale.