Pagina:Tragedie di Euripide (Romagnoli) I.djvu/78

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LE BACCANTI 9


Ho fissato i colori fondamentali della cangiante figura di Diòniso. Ma s’intende come dal Diòniso martire dei misteri al Diòniso arlecchinesco delle Rane, interceda una serie di immagini intermedie. Questo spiega l’immensa popolarità del mito dionisiaco, e la predilezione accordata ai suoi soggetti dalla poesia e dall’arte figurata.

Nessun argomento attrasse gli antichi artisti piú della vita di Diòniso. Dalle arcaiche rappresentazioni del corteggio bacchico ai capolavori di Prassitele e di Scòpade, agli eleganti bassorilievi ellenistici, son centinaia, migliaia di corteggi bacchici, d’ogni stile e d’ogni carattere.

Né minore, lo assicura la tradizione, fu l’entusiasmo della poesia. Ma ben poco è giunto sino a noi delle composizioni ispirate a Diòniso anteriori alle Baccanti. Nell’Iliade (VI, 130) è narrato l’episodio di Licurgo, in pochi versi, senza nessun afflato dionisiaco.

Poiché neppur Licurgo, gagliardo figliuol di Driante,
a lungo visse, quando contese coi Numi immortali,
ei che le Ninfe, nutrici dell’ebro Diòniso, un giorno
cacciò pei gioghi santi di Nisa. Gittarono quelle
tutte i lor tirsi a terra, battute dal pungolo aguzzo
dell’omicida Licurgo: Diòniso, tutto sgomento,
giú si tuffò nei flutti del mare; e lui pavido accolse
Teti nel grembo; e per gli urli del Sire era tutto un tremore.

E dopo, a parte gl’inni omerici, nei poeti lirici non troviamo che briciole. Solo in Pindaro, prima della tragedia, vediamo guizzare alcune scintille della gran fiamma dionisiaca che ardeva gli artisti greci. L’ebbrezza bacchica è nel suo canto sposata all’ebbrezza primaverile (Ditirambi, IVº).