Pagina:Tragedie di Euripide (Romagnoli) II.djvu/238

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LE FENICIE 235

iniquamente, una città d’estranei
abito, e il volto mio, sempre dagli occhi
lagrime versa. E, doglia a doglia aggiunta,
con le chiome recise ora te veggo,
cinta di negre vesti. O mia sciagura!
che orribil cosa è fra parenti, o madre,
la nimicizia: arduo quant’è placarla!
Che fa mio padre, immerso nelle tenebre,
dentro la reggia? E le mie due sorelle?
Gemono forse pel mio tristo esilio?

giocasta

Alcun dei Numi tristamente stermina
la progenie d’Edípo. E cominciò
ch’empio fosse il mio parto, e di tuo padre
empie le nozze, e ch’io ti partorissi.
Ma di che parlo? Sopportar conviene
il voler degli Dei. Ma non so come
chiedere ciò che bramo, senza offendere
l’animo tuo: pur, molto lo desidero.

polinice

Parla: di ciò che vuoi nulla tacermi:
a me le brame tue, madre son care.

giocasta

Questo saper, questo vo’ prima chiedere.
Esser privo di patria, è male grande?