Pagina:Tragedie di Sofocle (Romagnoli) I.djvu/90

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araldo
Io tanto so: ché mi trovai presente.
Dal consesso dei principi e dal cerchio
surto Calcante, solo egli, discorde
dagli Atridi, la mano a Teucro offerse
benevolmente, e disse, ed insisté
che in questo giorno ad ogni modo Aiace
trattenere dovesse entro la tenda,
e non lasciarlo uscir, se pur volesse
vivo vederlo ancor: ché questo giorno
solo, d’Atèna l’ira ancor l’incalza.
Disse cosí. Ché gli orgogliosi, disse,
i vantatori, cadono pei colpi
inflitti dai Celesti, allor che un uomo
nato mortal, piú che mortal presume.
E Aiace, quando abbandonò la patria,
di follia si macchiò, mentre suo padre,
saviamente parlò. Gli disse il padre:
«Vincer con la tua lancia, o figlio, devi,
ma con l’aiuto dei Celesti». Ed egli,
con folle tracotanza, a lui rispose:
«Con l’aiuto dei Numi, o padre, vincere
un uom da nulla anch’esso può: la gloria
pur senza i Numi io di strappar confido».
Tale il suo vanto. E un altra volta, quando
la Diva Atena lo eccitava a volgere
contro i nemici la sanguinea mano,
queste parole orribili nefande
a lei rispose: «Agli altri Argivi, o Dea,
fatti d’accanto: ché non mai le schiere
si spezzeranno, dove io sono». E l’odio
della Diva implacato guadagnò