Pagina:Tragedie di Sofocle (Romagnoli) II.djvu/112

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EDIPO A COLONO 109

anche la concezione degli episodii scenici: tanto di quelli realizzati nell’azione, quanto di quelli affidati alle parole dei personaggi. Dal primo gruppo del vegliardo e della tenera fanciulla nella solitudine boschiva, all’ingresso dei paesani, all’irrompere dei guerrieri di Creonte, al contrasto fra Creonte e Teseo, alla partenza ultima di Edipo, fra il crosciar dei tuoni e lo scintillar dei lampi, al prosternarsi del popolo esterrefatto, è una sequela di quadri meravigliosi e di gran potenza suggestiva: tanto, che è facile ritrovarne gli echi in molte e molte altre opere d’ogni arte. E, superiore a tutte, la scena narrata, e quasi realizzata nel racconto della fine di Edipo.

Il fondo, nascosto da una arcana oscurità impenetrabile. Rilevata su questa, la figura di Teseo, che, esterrefatto dal prodigio, leva le mani a schermo degli occhi; e, al primo piano, il gruppo delle fanciulle ploranti. C'è lo spirito di Michelangelo.

Su questo sfondo pittoresco e in mezzo a così magistrali composizioni di gruppi, campeggiano, con rilievo impareggiabile, le figure principali. Sei: Edipo, Antigone, Ismene, Teseo, Creonte, Polinice. E di queste, tre capitali: Antigone, Edipo e Teseo.

Non indugio in analisi che non potrebbero riuscire se non doppioni del limpidissimo testo.

Solo merita qualche considerazione, e, infatti, è continuo soggetto di discussioni critiche, il mutamento del carattere di Creonte. Quasi simpatico nell’«Edipo re», è odioso nell’«Antigone», esecrabile nel l’«Edipo a Colono».

Il mutamento in sé non vorrebbe dire. Uno scrittore scolastico può stabilire a priore i «caratteri» dei suoi personaggi, e mantenerli identici per qualsiasi numero di drammi. Ma un poeta è innanzi tutto dominato via via dalla visione poetica di ciascun dramma che s’impone alla sua fantasia, e che non è mai volontaria, né preordinata sopra elementi razionali, bensí