Pagina:Tragedie di Sofocle (Romagnoli) III.djvu/181

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178 SOFOCLE 1152-1184

la maledetta effigie sua sconciata
vedrai, com’è giustizia. O figlio, su,
fa’ cuore, abbi pietà di me, da tanti
mali oppresso, che piango e mi lamento
à guisa di fanciulla. E niuno dire
potrà che mai piangere vide, prima
d’ora, quest’uomo: i mali miei pativo
senza gemito, sempre. Adesso, in femmina
da quello ch’ero, son converso, o misero!
Apprèssati ora, accanto al padre sta,
vedi per che sciagura a ciò son giunto.
Libero dalle vesti il corpo mio
ti mostrerò. Vedi, vedete tutti
queste misere membra, in quanto strazio
questo infelice ora si trova. Ahimè!
Misero me!
Mi brucia ancora il maledetto spasimo,
mi dilacera i fianchi il morbo orribile,
lasciare non mi vuol senza travaglio.
Ade, Signore, accoglimi!
Raggio di Giove, bruciami!
Scuoti, o Signore, il dardo della folgore
avventa, o padre mio: ché ancor mi rode,
prende rigoglio, su me piomba. O mani,
o mani, o dorso, o petto, o braccia mie,
quelle ancor siete che il leone orrendo
che il covo ebbe in Nemèa, mostro implacabile,
dei bifolchi flagello, a viva forza
abbattere valeste, e l’Idra in Lerna,
e dei Centauri la biforme razza,
di sterminata forza, e senza legge,
senza consorzi, e vaga sol d’oltraggi,
e d’Erimànto l’apro, e il sotterraneo