Pagina:Tragedie di Sofocle (Romagnoli) III.djvu/217

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
214 SOFOCLE

statura, e un po’ meschino, a quanto pare, siede su uno sgabello. È ignudo, inghirlandato, e tiene nella sinistra un rotolo. Sarà l’istruttore dei cori, se non forse l’autore stesso. Piú a destra, su una comoda scranna, siede una donna, elegantemente vestita, che suona il doppio flauto. Sta dinanzi a lei, e le fa cenno con la destra, un giovine ignudo, con un mantello gittato sulle spalle, e una cetera nella sinistra. Il flauto e la cetera: la piccola orchestra d’allora.

Eccoci, infine, ai «Satiri alla caccia».

In questo drammetto era rappresentata in forma drammatica la leggenda d’Ermète, narrata in un celebre Inno omerico. Ermète, nato da uno dei soliti amori illegittimi di Giove, era stato affidato dal padre alla ninfa Cillene, che dimorava sulla vetta del monte omonimo, fra l’Arcadia e l’Acaia. La Ninfa lo allevava tenendolo gelosamente custodito in casa, ché sfuggisse alla vigilanza della gelosissima Era. Ma il piccino, ancora di pochi giorni, avea fatto già piú d’una scappatella. Prima, trovato il guscio d’una testuggine, vi aveva applicate quattro corde di minugia, formando la prima lira.

Poi, rubate le greggi d’Apollo, le aveva condotte e rinchiuse entro la casa di Cillene. Sofocle immagina che Apollo lanci un bando, annunziando il furto, e promettendo una gran somma di denaro a chi farà sí ch’egli recuperi le sue greggi, misteriosamente sparite. I Satiri, famosi per l’acutezza dei loro occhi e del loro fiuto, si sobbarcano alla difficile impresa, e la spuntano.

E non sembri fuor di luogo, per un drammetto mutilo, e appartenente ad un tipo letterario cosí poco noto, un tentativo di valutazione estetica.

Sarebbe certo pessimo gusto sfoggiare acume e severità