Pagina:Trattati del Cinquecento sulla donna, 1913 – BEIC 1949816.djvu/157

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doglia 151


e con le cose sacre. Imperò sappiate che la fede si piglia in piú modi, percioché la fede è la promissione e fideltá, la fede ancora è conscienzia, fede è credito di debitori, overo è il credere di quello che non si vede: perciò è sacramento. Imperò san Paulo, vaso di elezzione, disse «la fede essere sostanzia di cose sperate ed argumento di non apparenti». Perciò dico che la fede non solo è di libero arbitrio, ma gli è ancora il don de Iddio. Pertanto non si meravigli alcuno, che la fede governa piú la repubblica che li sudori umani. Né perciò la fede può essere senza giustizia: imperò chi crede allo indovinare di alcuni pazzi, overo all’arte maga, ha perso la vera fede. Ed è la donna che mai attende ad altro che alle fatuchiarie e profetar di cingani: perciò la donna ha perso la fede vera, e perciò è la sua inimica. Imperò vi giuro per le parole poste in queste carte con gran doglia del core, che infinite volte ho desiderato la virtú di Terpandro lesbio, per indolcire l’animo mio, turbato da la donna mia; la quale, quante volte mi stringe la sua inferma fede di non consumarme con parole orrende, ingiuriose e piene di lupina rabbia, tante volte e piú me tormenta, m’affligge, me dismembra e squarciami il core (Dio il sa!), e senza la mia cagione. Sí che, essendo instabile, gli è senza la fede. Pertanto credetime, lettori miei, che spenderia non solo i fugaci beni, ma la mia propria vita, per avere un uomo come fu Terpandro (il quale indolciva gli animi adirati, anzi li sforciava diventare amici), quando la mia donna rumoreggia, quando grida, quando diventa foribonda, quando io sospiro senza possa, quando io ingiotto mille morsi piú duri di patire che non è il ferro, quando per sorte l’avess’io ingiottito. Perciò credetime che la donna non serva la fede per sodisfare ad alcun suo errore: imperò tu, donna malvagia, sappi che Iddio sodisfa a ciascuno secondo la giustizia e la sua fede. Perciò, vedendo io universalmente tutte le donne ricche di malizia e povere di fede, desidero che nasca un’altra volta un Pigmalione, un Polinnestore, uno Aceo, un Dionisio tiranno, acciò, come avari, incrudeliscano centra la donna, e la spoglino di sua malizia. Perché, perdendo tale sua ricchezza, forse forse ch’io riposaria con le mie muse, imitando