Pagina:Trattati del Cinquecento sulla donna, 1913 – BEIC 1949816.djvu/185

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pena 179


era di quanti piaceri che si trovano al mondo. Perché la mia donna non immitava la moglie di re Admeta, la qual deliberò di morire per raquistar la salute al suo marito gravemente amalato; anzi ella desiava la mia morte, e di poca mia infirmitá si alegrava. facendo festa. Penelope servò la castitá venti anni e persino al ritorno di Ulisse; Ipermestra liberò il marito da la morte; Laodomia desiderava Anfiarao morto; Porzia, udita la morte del marito, col foco aceso vòlse morire; Ipsicratea combateva in compagnia del marito Mitridate, con capili rasi per piú commoditá de l’elmetto, contra li inimici: ma la mia donna si accendeva di ira e sdegno per far guerra con me solo, anzi pregava Iddio che eccitasse li miei inimici contra me ed a la mia morte. Pertanto non era nuda nè spogliata, come io, di odio manifesto, di crudeltá palese e di inimicizia, giá nota a l’universo. Gli è ben vero che io era nudo di libertá, nudo di pace, nudo di riposo, nudo di contenteza, nudo di piaceri, nudo finalmente di tutte quelle cose che consolano la vita umana. Deh, quanto potria dire di l’essere nudo! Nondimeno non mi pare cosa onesta che al presente sappiate tutto il significato di questa parola: imperò bastavi a sapere che un «esser nudo» significa quella cosa giustissima; ed è che la donna maritata aspetta il suo marito absente, casta, pudica e senza alcun errore, sempre avendo la sua figura nella mente, sí come l’ha inanzi gli occhi quando egli è presente.