Pagina:Trattato de' governi.djvu/221

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quasi quel medesimo che avere quel costume da vero, come è verbigrazia, se uno si piglia piacere di vedere una imagine di qualcuno non per altro, che per quella stessa figura, di necessità conseguita, che la vista di quella cosa, di cui egli vede volontieri l’imagine gli sia piacevolissima.

Ma in nessun’altra cosa sensibile è tanta similitudine di costumi, quanto ella è in quelle dell’udito, perchè nei tangibili e nei gustabili oggetti non è ella, e nei visibili è ella debolmente, perchè tali son figure, e ciascuno alquanto partecipa di tal sentimento. Più oltre tali non sono similitudini di costumi, ma le figure, e i colori son piuttosto segni dei costumi, e tali s’appartengono agli affetti del corpo. Contuttociò per quanto s’appartenga a tale differenza delle cose visibili debbono li giovani guardare non le figure di Pausone, ma quelle di Polignoto, o se, d’alcuno altro dipintore, o scultore si trova nulla, che abbia del morale.

Ma in esse melodie sono l’imitazione dei costumi. E ciò è manifesto, che subito si vede la differente natura delle armonie, di sorte che chi l’ode si dispone altrimenti, e non sta in un modo medesimo nello udire ciascuna d’esse, ma in udire certe sta più rammarichevole, e più raccolto in sè stesso, come è nella melodia chiamata la lidia mista, e nell’udirne certe altre ha la mente più abbandonata, come interviene nelle armonie, che hanno il molle, e mezzanamente sta disposto, quando e’ n’ode certe altre, come pare che faccia solo l’armonia dorica, e la frigia ha più il furioso.

E queste cose sono bene avvertite da quei che intorno a questa disciplina sono iti filosofando, e le ragioni pigliano qui il testimonio dalle opere stesse, perchè il medesimo interviene intorno ai numeri, facendo certi d’essi il costume più stabile. E certi facendolo più leggeri, e di questi alcuni avendo li moti più vili, e alcuni più da liberi.