Pagina:Trattato de' governi.djvu/66

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libro secondo — cap. ii. 47

come si usa oggidì? piuttosto, che in questo modo di Socrate nominare mio, e non mio, qualsisia infra due o infra dieci migliaja? Nel qual modo d’oggi si può chiamare un figliuolo, e nipote, secondo la strettezza, e lontananza dei gradi del parentado: o suo, o di quegli, che son discesi da lui. E così si può chiamare un altro compagno, e un altro della medesima tribù; chè, a dire il vero, nel modo che si usa è meglio essere nipote proprio di uno, che in quel di Socrate figliuolo. — Nè con tutto questo ordine è però possibile di sfuggirsi, che certi non sospettino, che quei sien loro figliuoli, e quei fratelli, e quei padri, e quelle madri, conciossiachè per via delle similitudini, che i figliuoli hanno coi padri, egli è di necessità che nasca infra loro una tal credenza: siccome dicono avvenir certi di questi, che sono iti descrivendo il mondo; i quali affermano nella Libia superiore ritrovarsi una gente che ha le donne comuni; dove i figliuoli, che nascono, vi si distribuiscono fra loro secondo la similitudine. Trovasi ancora fra i bruti delle femmine, come è dire cavalle, e vacche, che rendono i parti molto simili ai generanti; siccome si dice di quella cavalla di Farsalia, che per tal cagione ebbe il soprannome di giusta. — Ancora non è possibile a chi mette un tal ordine di schifare queste difficoltà; come sono, verbigrazia, le battiture, e le morti, e sì le fatte contro tua voglia, come le volontarie; ed i combattimenti, e le villanie, che sono cose scellerate da farsi dai padri verso i figliuoli, e verso le madri, ed i consanguinei più che in verso gli stranieri: anzi è di necessità, che tali intervenghino molto più spesso qui, dove gli uomini non si riconoscono per quello, che ei sono. — E sebbene elle seguono nei luoghi, dove e’ si riconoscono, è lecito con tutto ciò d’andarle espurgando coi