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52 ultime lettere d'jacopo ortis


Se dianzi tu l’avessi veduta! mi stendeva la mano, dicendomi — Siate discreto; e davvero, quelle due persone mi pareano compunte: e se Olivo non fosse stato infelice, avrebbe egli avuto anche oltre la tomba un amico?

Ahi! proseguì dopo un lungo silenzio, per amar la virtù conviene dunque vivere nel dolore? — Lorenzo, Lorenzo! l’anima sua celeste raggiava da’ lineamenti del viso.

29 aprile.

Vicino a lei io sono sì pieno di vita, che appena sento di vivere. Così quand’io mi desto dopo un pacifico sonno, se il raggio di Sole mi riflette su gli occhi, la mia vista si abbaglia, e si perde in un torrente di luce.

Da gran tempo mi lagno della inerzia in cui vivo. Al riaprirsi della primavera mi proponeva di studiare botanica; e in due settimane io aveva raccattato su per le balze parecchie dozzine di piante che adesso non so più dove me le abbia riposte. Mi sono assai volte dimenticato il mio Linneo sopra i sedili del giardino, o appié di qualche albero; l’ho finalmente perduto. Jeri Michele me ne ha recato due fogli tutti umidi di rugiada; e stamattina mi ha recato notizia che il rimanente era stato mal concio dal cane dell’ortolano.

Teresa mi sgrida: per compiacerle m’accingo a scrivere; ma sebbene incominci con la più bella vocazione che mai, non so andar innanzi per più di tre o quattro periodi. Mi assumo mille argomenti; mi s’affacciano mille idee: scelgo, rigetto, poi torno a scegliere; scrivo finalmente, straccio, cancello, e perdo spesso mattina e sera: la mente si stanca, le dita abbandonano la penna, e mi avveggo d’avere gittato il tempo e la fatica. — Se non che t’ho già detto che lo scrivere libri la è cosa da più e da meno delle mie forze: aggiungi lo stato dell’animo mio, e t’accorgerai che s’io ti scrivo ogni tanto una lettera, non è poco. — Oh la scimunita figura ch’io fo quand’ella siede lavorando, ed io leggo! M’interrompo a ogni tratto, ed ella: Proseguite! Torno a leggere: dopo due carte la mia pronunzia diventa più rapida e termina borbottando in cadenza. Teresa s’affanna: Deh leggete un po’ ch’io v’intenda! — io continuo; ma gli occhi miei, non so come, si sviano inavvedutamente dal libro, e si trovano immobili su quell’angelico viso. Divento muto; cade il libro e si chiude; perdo il segno, nè so più ritrovarlo: Teresa vorrebbe adirarsi: e sorride.

Pur se afferrassi tutti i pensieri che mi passano per fantasia! — ne vo notando su’ cartoni e su’ margini del mio Plutarco; se non che, non sì tosto scritti, m’escono dalla mente; e quando poi li cerco sovra la carta, ritrovo aborti d’idee scarne sconnesse, freddissime. Questo ripiego di notare i pensieri, anzi che lasciarli maturare dentro l’ingegno, è pur misero! — ma così si fanno de’ libri composti d’altrui libri a mosaico. — E