Pagina:Ultime lettere di Jacopo Ortis.djvu/66

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
64 ultime lettere d’jacopo ortis.


21 maggio.

Ohimè che notti lunghe, angosciose! — il timore di non rivederla mi desta: divorato da un presentimento profondo, ardente, smanioso, sbalzo dal letto al balcone, e non concedo riposo alle mie membra nude aggrezzate, se prima non discerno sull’oriente un raggio di giorno. Corro palpitando al suo fianco e — stupido! soffoco le parole, e i sospiri; non concepisco, non odo: il tempo vola, e la notte mi strappa da quel soggiorno di paradiso. — Ahi lampo! tu rompi le tenebre, splendi, passi, ed accresci il terrore e l’oscurità.

25 maggio.

Ti ringrazio, eterno Iddio, ti ringrazio! Tu hai dunque ritirato il tuo spirito, e Lauretta ha lasciato alla terra le sue infelicità: tu ascolti i gemiti che partono dalle viscere dell’anima, e mandi la morte per isciogliere dalle catene della vita le tue creature perseguitate ed afflitte. Mia cara amica! il tuo sepolcro beva almeno queste lagrime, solo tributo ch’io posso offerirti: le zolle che ti nascondono sieno coperte di poca erba: tu vivendo speravi da me qualche conforto; eppure! non ho potuto nemmeno prestarti gli ultimi ufficj; ma — ci rivedremo — sì!

Quand’io, caro Lorenzo, mi ricordava di quella povera innocente, certi presentimenti mi gridavano dall’anima: È morta. Pure se tu non me ne avessi scritto, io certo non lo avrei saputo mai; perchè, e chi si cura della virtù, quand’è ravvolta nella povertà? Spesso mi sono accinto a scriverle. M’è caduta la penna, e ho bagnato la carta di lagrime: temeva non mi raccontasse de’ nuovi martirj, e mi destasse nel cuore una corda la cui vibrazione non sarebbe cessata sì tosto. Pur troppo! noi sfuggiamo d’intendere i mali de’ nostri amici; le loro miserie ci sono gravi, e il nostro orgoglio sdegna di porgere il conforto delle parole, sì caro agli infelici, quando non si può unire un soccorso vero e reale. Ma — fors’ella e sua madre mi annoveravano fra la turba di coloro che ubbriacati dalla prosperità abbandonano gli sventurati. Lo sa il cielo! Frattanto Dio ha conosciuto che non poteva reggere più: Ei tempera i venti in favore dell’agnello recentemente tosato; — e tosato al vivo! E ti dee pur ricordare com’essa un giorno tornò a casa, portando chiuso nel suo canestrino da lavoro un cranio di morto; e ci scoverse il coperchio, e rideva; e mostrava il cranio in mezzo a un nembo di rose. — E le sono tante e tante, diceva a noi, queste rose; e le ho rimondate di tutte le spine: e domani le si appassiranno: ma io ne compererò ben dell’altre, perché per la morte, ogni giorno, ogni mese crescono rose. — Ma che vuoi tu farne, o Lauretta? io le dissi. — Vo’ coronare questo cranio di rose, e ogni giorno di rose fresche perpetue: — e