Pagina:Una sfida al Polo.djvu/142

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136 capitolo xi.

qualche foca, qualche morsa, o alla peggio con qualche lontra, se non con un grosso narvalo.

È la fame, l’eterna fame che li perseguita senza posa e che di quando in quando distrugge delle intere tribù, quella che li ha resi così coraggiosi e così sprezzanti della vita.

Due sorta di abitazioni usano gli esquimesi, secondo che servono per l’estate o per l’inverno.

Durante la breve estate si accontentano di semplici tende; d’inverno invece si costruiscono delle capanne che sono una specie di tumuli molto bassi, a facce tronche, costruiti con zolle e pietre e coperte da un tetto piatto, sorretto da grandi ossa di balena.

L’ingresso, stretto assai, mette in un corridoio a declivio, che poi si rialza e che finisce in un’unica stanza la quale serve spesso d’asilo a parecchie famiglie.

Una lampada, che è una specie di scodella un po’ ovale, di pietra, con un grosso lucignolo immerso nel puzzolente olio di foca, le illumina e le riscalda così bene che spesso gli abitanti della catapecchia si svestono mentre al di fuori il termometro segna 50° sotto zero.

Quelli che si trovano più al nord, usano invece la capanna fabbricata completamente di blocchi di ghiaccio.

Comunque sia, le loro abitazioni sono dei veri porcili, dove dormono alla rinfusa uomini, donne, fanciulli di varie famiglie insieme ai cani, ai pesci in putrefazione, agli avanzi di foca. L’odore che regna dentro quei covi è tale, che un europeo si sente asfissiare: gli esquimesi invece ci si trovano benissimo.

A quante migliaia ammontano quei piccoli uomini dell’estremo nord? È impossibile saperlo poichè si trovano delle tribù sperdute a tale distanza dalle terre note da non poter farsene un’idea. Ne furono scoperte talune perfino al di là del-