Pagina:Una sfida al Polo.djvu/220

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214 capitolo xvii.

ritornano fino a che le loro slitte, tirate da grosse mute di cani, non siano ben cariche.

Quelli che rimangono al forte attendono le tribù indiane ed esquimesi che accorrono numerose a vendere pelli e ricevere in cambio coperte, polvere, fucili e ornamenti per le loro donne.

Alle prime nevicate i cacciatori tornano ai forti e durante l’inverno se la passano fumando e raccontandosi le loro avventure di caccia intorno alle stufe russanti.

Quantunque la selvaggina sia oggidì molto scemata, la Compagnia continua a fare affari d’oro, ripartendo fra gli azionisti somme considerevoli.

Il forte di Churchill è il più settentrionale di quelli fondati nella regione dell’Hudson, ma è anche quello che raccoglie maggior numero di pelliccie per la sua vicinanza al circolo polare Artico, dove la selvaggina si trova ancora abbondante, non spingendosi le tribù indiane fino lassù, e rare essendo quelle esquimesi.

Al pari degli altri consiste in una casa di pietra tale da poter resistere alle furiose bufere polari ed alle enormi nevicate, ed in poche tettoie che d’inverno sono riparate da bastionate di ghiaccio.

L’accoglienza che ebbero i tre esploratori, giunti come una bomba dinanzi al forte, fu entusiastica.

Il borghese, ossia il comandante e tutti i suoi uomini, una ventina, portarono come in trionfo quegli audaci, che si proponevano di levare il velo misterioso che copriva il terribile e fino allora inaccessibile Gran Nord, nel gran salone del forte, dove russavano due stufe monumentali, offrendo subito loro, giacchè era l’ora del pranzo, un piccolo banchetto inaffiato copiosamente da vini e da liquori.

Essendovi al forte una grossa provvista di benzina per l’il-